La storia degli Hooligans

La storia degli Hooligans

Gli anni ’60 segnano anche per il calcio, come per tutta la società, un momento di grandi cambiamenti. Nel 1961 Alan Hardaker, segretario della Football League, propone l’idea di una nuova competizione, la Coppa di Lega. Aperta ai 92 club della Lega, la prima edizione è vinta dall’Aston Villa (First Division), che nella doppia finale batte per 3-2 (dopo i tempi supplementari) il Rotherham (Second Division). Dopo le prime diffidenze dei grandi club, la Coppa di Lega si consolida e a partire dal 1967 la finale diventa unica e giocata a Wembley. Il decennio non ha un ‘padrone’, ma testimonia le imprese memorabili di diversi club. Il primo è il Tottenham, che sotto la guida di Bill Nicholson e Danny Blanchflower conquista nel 1961 il primo ‘Double’ (campionato e FA Cup) del XX secolo, emulando l’impresa di Preston (1889) e Aston Villa (1897). C’è poi il Manchester United, ricostruito da Matt Busby dopo la tragedia di Monaco: ispirato dal talento di George Best, conquista il titolo nel 1965 e 1967, prima di coronare nel 1968 il sogno europeo, con il trionfo in Coppa dei Campioni nella finale di Wembley. A Liverpool, intanto, Bill Shankly costruisce la squadra che dominerà gli anni ’70, inaugurando il ciclo con i titoli del 1964 e 1966. C’è infine il Leeds, che Don Revie ha resuscitato dai bassifondi della Division Two, portandolo in pochi anni ad imporsi fra le grandi del calcio europeo. Dopo la conquista di Coppa Uefa e Coppa di Lega nel 1968, arriva finalmente il titolo nel 1969, bissato da quello del 1974, ideale chiusura di un ciclo forse irripetibile. Il trionfo ai Mondiali del 1966 consegna alla leggenda un’intera generazione di calciatori inglesi, che insieme alla straordinaria fioritura di talenti dalle Home Countries contribuisce a consacrare un’epoca d’oro: Bobby Moore, Bobby e Jack Charlton, Geoff Hurst, Denis Law, George Best, Billy Bremner, Rodney Marsh, Jimmy Greaves sono solo alcuni degli indimenticati protagonisti dell’epoca. Professionisti finalmente riconosciuti anche a livello economico, con l’abolizione dell’anacronistico salario massimo di 20 sterline/settimana; nel 1965, poi, arriva anche l’introduzione delle sostituzioni, inizialmente limitate agli infortunati. Nel 1971 l’Arsenal emula l’impresa dei rivali cittadini degli Spurs e conquista l’accoppiata FA Cup-campionato. E’ tuttavia una gloria effimera, perché gli anni ’70 sono dominati da due grandi manager, Brian Clough e Bill Shankly. Il primo era stato un eccellente attaccante, realizzando 251 gol in 274 partite con Boro e Sunderland, prima che un infortunio ne stroncasse la carriera. Passato in panchina, aveva iniziato ad Hartlepool, prima di trasferirsi al Derby. E nel 1972 porta i Rams al titolo, nonostante i suoi frequenti atteggiamenti polemici nei confronti del ‘palazzo’. Dimessosi nel 1973 proprio a seguito dei continui scontri con la dirigenza del Derby, Clough si ‘ricostruirà’ a Nottingham, dove la partnership con il coach Peter Taylor porterà il Forest alla conquista del titolo e della Coppa di Lega nel 1978 e della Coppa dei Campioni e della Coppa di Lega l’anno successivo. A Liverpool, intanto, la guida di Shankly continua a produrre successi: ai titoli del 1973, 1976, 1977, 1979 e 1980 si aggiungono infatti la FA Cup del 1974 e la Coppa dei Campioni del 1977. Nel frattempo si consuma anche la transizione verso il nuovo manager, Bob Paisley, che riuscirà negli anni ’80 nell’impossibile impresa di fare meglio del suo predecessore.

Nonostante il breve exploit dell’Aston Villa (titolo nel 1981 e Coppa dei Campioni nel 1982), infatti, il Liverpool continua a dominare conquistando il titolo nel 1982, 1983, 1984 (così eguagliando il record di successi consecutivi di Huddersfield e Arsenal), 1986, 1988 e 1990 e la Coppa di Lega per quattro anni consecutivi. E questo nonostante il passaggio del testimone da Paisley a Fagan e poi a Dalglish, già leggenda sul campo e ora ‘enfant prodige’ della panchina. Ma proprio all’apice del dominio del Liverpool e più in generale del calcio inglese (con sette coppe dei Campioni vinte fra il 1975 e il 1984), l’esplosione della follia degli hooligans rischia di soffocare il movimento. La tragedia dell’ Heysel, quando 39 tifosi perdono la vita in occasione della finale di Coppa dei Campioni 1985 fra Juventus e Liverpool, porta al bando delle squadre inglesi dalle competizioni continentali. E’ un colpo duro, aggravato dall’impotenza di fronte al dilagare della violenza legata al calcio, che contribuisce alla massiccia fuga di capitali, spettatori e dei migliori talenti. E’ il momento più basso nella storia del calcio inglese, e solo una rivoluzione può salvarlo da una lenta agonia. La prima innovazione (in realtà varata già nel 1981) è l’introduzione dei tre punti per la vittoria come sistema per incentivare il gioco d’attacco. Nel 1987 viene poi varato il sistema dei play-off, finalizzato a tenere vivo l’interesse delle divisioni inferiori fino alla fine della stagione. Si assiste anche alla sperimentazione dei terreni di gioco artificiali (utilizzati da QPR, Luton, Preston e Oldham) e all’introduzione della promozione automatica dalla Conference (e dunque ammissione automatica alla Football League), innovazione che non manca di suscitare polemiche nel tradizionalista calcio d’oltremanica. Le tragedie di Hillsborough e Bradford impongono poi radicali interventi di ammodernamento di stadi spesso obsoleti e pericolosi verso un più moderno modello interamente dotato di posti a sedere. Posto un freno anche al fenomeno hooligans (grazie alle severissime leggi varate dai governi conservatori), all’inizio degli anni ’90 il definitivo rilancio del calcio inglese necessita dell’afflusso di nuovi capitali. I grandi club varano così il progetto di una ‘Super Lega’ gestita direttamente dalla FA, e nonostante la strenua resistenza della Football League, nel Settembre del 1991 nasce ufficialmente la Premier League. Ne faranno inizialmente parte i 22 club della First Division, che si dimettono dalla Lega per iscriversi alla nuova affiliazione. Il 1991-92 è l’ultima stagione in cui il titolo nazionale è attribuito dalla Football League: lo conquista il Leeds di Howard Wilkinson, che è anche l’ultimo manager inglese a riuscire nell’impresa, prima dell’avvento della dittatura franco-scozzese di Wenger e Ferguson. Il decennio che segue, infatti, è un monopolio pressoché assoluto del Manchester United, che vince otto titoli su undici. Il solo Arsenal di Wenger si oppone a questo dominio, conquistando il titolo nel 1998 e 2002. Del tutto eccezionale e di breve durata si rivela invece l’exploit del Blackburn di Alan Shearer, che nel 1995 vince la Premier League ma poi retrocede in Division One. La FA accetta di confermare il sistema di promozioni (e retrocessioni) video porno automatiche fra la Premier League e la Division One, riducendo peraltro a venti i club della massima divisione. Dal punto di vista economico la rivoluzione funziona: Sky e BBC, i due principali network televisivi britannici, concludono un accordo quinquennale (rinnovato proprio in questi giorni) di ben 304 milioni di sterline, apportando alla Premier League quei capitali che ne consentiranno il pieno rilancio alle porte del nuovo secolo. Le maggiori risorse finanziarie a disposizione dei grandi club consentono di attrarre nuovamente i migliori talenti e manager del mondo, favorendo anche l’apertura del calcio inglese ad un approccio più moderno e sofisticato (anche se non sempre migliore), tipico dei movimenti continentali. La Football League, nel frattempo, molto meno ricca e ‘scintillante’, si trasforma per molti in un Purgatorio sulla via della promessa terra della Premier League; è forse per questo che le finali dei play-off si trasformano spesso in battaglie indimenticabili (si veda anche l’articolo La storia dei play-off), come il successo ai rigori del Charlton sul Sunderland dopo il 4-4 dei supplementari (1998), la rimonta all’ultimo respiro del Bolton sul Reading (1995) o quella del Manchester City sul Gillingham (1999) dopo essersi trovato 0-2 a cinque minuti dal termine. Un equilibrio confermato anche nell’altra competizione gestita dalla Lega, la Coppa di Lega appunto. Soprattutto nelle ultime stagioni, il pubblico dimostra di apprezzare un trofeo spesso considerato il ‘fratello povero’ della FA Cup, ma ora ambito dai grandi club. Paradigmatica, in tal senso, la finale 2003, dove Liverpool e Manchester United, le due storiche ‘grandi’ d’Inghilterra, si sono sfidate davanti ad un Millenium Stadium completamente esaurito e con una copertura televisiva inedita. Fuori dal campo le cose non vanno altrettanto bene, con il crack del colosso televisivo ITV che provoca drammatici buchi nei bilanci di molti club. Nel più generalizzato fenomeno di ridimensionamento dei costi del calcio, il crack-ITV è una ulteriore minaccia alla sopravvivenza stessa di molte società, oggi di fronte alla sfida più difficile della loro spesso ultracentenaria storia.

LA STORIA DEGLI ULTRAS ANNI ’50

E’ dall’inizio degli anni cinquanta che i tifosi di tutte le squadre hanno cominciato ad organizpropria in trasferta, a promuovere ogni sorta di iniziative, da quelle celebrative a quelle coreografiche, zarsi in club, a seguire sempre più numerosi la seppure ancora pionieristico e rudimentale.
Già all’epoca delle Olimpiadi nell’antica Grecia esisteva la pratica del tifo anche se mancano testimonianze scritte e con il passare del tempo è cambiato il modo di sostenere i “colori” della squadra amata, lasciando immutata il concetto di “animazione”, con la voce, le bandiere, gli striscioni.
Con l’esplosione del fenomeno calcistico in Italia nel periodo successivo al dopoguerra, i club organizzati dei tifosi si diffondono e moltiplicano rapidamente. Negli anni ’60 si formano le prime vere strutture associative di tifosi, denominate “centri di coordinamento”. Inoltre nascono dei club che coagulano tifosi più accesi e attivamente organizzati, come i “Fedelissimi”, dicitura mutuata da innumerevoli tifoserie.
Fu il mago Helenio Herrera, allenatore della grande squadra nero-azzurra, a dare impulso alla creazione di un coordinamento che fungesse da riferimento per la numerosa tifoseria interista. La storia del tifo organizzato in Italia inizia in questo modo: “Presidente Moratti, non comprendo perché non abbiamo tifosi quando giochiamo in trasferta” chiese il tecnico argentino.
Da questa idea prendeva forma il primo gruppo di tifosi, i “Moschettieri nero-azzurri”, disposti a seguire gran parte delle trasferte, pagando lo scotto di costosi sacrifici. Da allora sono passati quarant’anni ed il tifo organizzato è divenuto uno dei principali fenomeni di aggregazione sociale.

ANNI ’70: LA NASCITA DEGLI ULTRAS
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta nascono in Italia i primi nuclei di ultrà , gruppi di sostenitori fra i 15 e i 20 anni che si distaccano nettamente dal modello “classico”, adulto, dello spettatore calcistico. Raccolti nei settori popolari degli stadi, dove le società stimolano l’afflusso giovanile tramite speciali campagne di abbonamenti a prezzo ridotto, gli ultrà manifestano immediatamente una serie di caratteristiche che li rende un fenomeno originale nel calcio italiano: dal senso di identificazione con il proprio “territorio”, ovvero quel settore di curva delimitato da uno o più striscioni con il nome e il simbolo del gruppo, a un look paramilitare ripreso da quello in voga nelle organizzazioni politiche estremiste: eskimo, anfibi, tute mimetiche e giacconi militari ricoperti di “toppe” della propria squadra, a cui si aggiunge la sciarpa con i colori sociali della squadra.

Ma gli ultrà si distinguono soprattutto per l’adozione di elementi del tutto innovativi nel modo di sostenere la squadra e, più in generale, di assistere alla partita. Dalle “torcidas” brasiliane viene ripreso l’uso di trombe e tamburi; dalle tifoserie inglesi la “sciarpata” (le sciarpe vengono alzate e distese dai tifosi, dando l’effetto ottico delle onde del mare) e l’accompagnamento corale delle azioni di gioco. fino ad assumere un carattere ossessivo volto a incoraggiare i propri beniamini e a frastornare e intimidire i giocatori avversari.
Il tifo viene dunque considerato parte della strategia e della tattica adottate per vincere un incontro: diviene il cosiddetto “dodicesimo giocatore”. Si diffonde inoltre l’uso di articoli pirotecnici (fuochi a mano per segnalazioni marittime, candelotti fumogeni, razzi e bengala a luce colorata), destinati a dare un tocco di vivacità supplementare alle gradinate. Subentra così per la prima volta il concetto di “coreografia della curva”, una pratica del tutto originale che si evolverà di pari passo con il grado di organizzazione dei gruppi ultrà.La coreografia diviene il marchio dello stile italiano. Spettacoli e scenografie su vasta scala, di grande impatto, fantasmagoriche, enormi, multicromatiche. E’ la fantasia, tutta italiana, al potere. Dal sipario della Gradinata Nord di Genova che ha scomodato persino il quotidiano francese “Le Monde” alla curva Fiesole di Firenze che disegna i contorni dei monumenti fiorentini rifacendosi alla pianta topografica originaria. Il gruppo ultrà più antico è la Fossa dei Leoni del Milan, fondato nel 1968, che adotta il nome del vecchio campo d’allenamento dei rossoneri e trova posto nel settore dei popolari alla Rampa 17 (rettilineo centrale).

Anche già nel 1951 a Torino era sorto il club dei “Fedelissimi Granata” che ancora oggi è presente nello schieramento dei gruppi della curva Maratona. Nel 1969 nascono anche gli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria (primi a usare la denominazione “Ultras”) e, subito dopo, i Boys dell’Inter. Con gli anni Settanta si assiste a un processo di aggregazione degli innumerevoli microgruppi giovanili che popolano ormai le curve delle squadre maggiori: nascono le Brigate Gialloblu del Verona e, dal nome della piazza in cui si radunano, il Viola Club Vieusseux della Fiorentina (1971); gli Ultrà del Napoli (1972); le Brigate Rossonere del Milan, la Fossa dei Grifoni del Genoa e gli Ultrà Granata del Torino (1973); i Forever Ultrà del Bologna (1974); i Fighters della Juventus (1975); le Brigate Neroazzurre dell’Atalanta e i Rangers Empoli(1976); gli Eagles’ Supporters della Lazio e il Commando Ultrà Curva Sud della Roma (1977). Come si può notare anche solo dalle maggiori tifoserie, la diffusione del movimento è maggiore nell’Italia settentrionale. Se si escludono Napoli, Bari, Cagliari e Catanzaro, negli anni Settanta non esistono altre città del Sud in cui gli ultrà costituiscano un’entità davvero apprezzabile (a Palermo, Catania, Taranto, Foggia o Cosenza il movimento prenderà piede in misura sensibile solo negli anni Ottanta).

Alcuni si distaccano da club di tifosi già esistenti, sia per la diversa mentalità di fondo che per dissidi interni (i Boys prendono origine dall’Inter Club Fossati, mentre gli Ultrà Granata si scindono dal Club Fedelissimi; altri provengono da gruppetti durati pochi mesi e poi sciolti o riunificati (i Forever Ultrà del Bologna sono gli eredi delle Brigate Rossoblu; i Fighters lo sono dei Panthers Juve; il Commando Ultrà Curva Sud nasce dalla fusione di Boys, Guerriglieri Giallorossi, Fossa dei Lupi, Brigate Giallorosse e Pantere). Alla base di alcuni gruppi vi è la provenienza da una determinata area urbana (il nucleo originario degli ultrà sampdoriani viene dal quartiere di Sestri Ponente) o da un gruppo di coetanei che ha come luogo di ritrovo un bar, una scuola o una sala-giochi. Parecchi giovani, infine, risultano già aggregati in gruppi e movimenti politici.

E sono proprio alcune caratteristiche dei gruppi politici estremisti, quali il senso di coesione e di cameratismo, la sfida all’autorità costituita, il senso di conflittualità, a dare sostanza ai gruppi ultrà che in breve tempo riescono a radunare decine e decine di giovani. Un altro aspetto peculiare degli ultrà è il forte senso di territorialità. Le curve, infatti, vengono a poco a poco abbandonate dai club dei tifosi cosiddetti “normali”, che trasferiscono altrove i propri vessilli per lasciare spazio agli striscioni ultrà.Su queste nuove insegne campeggiano per lo più le teste di belve feroci (leoni, pantere e tigri in particolare), l’immancabile teschio bendato con le tibie incrociate (Jolly Rogers, emblema della pirateria), armi o elementi che richiamano comunque la violenza (il viso del Piccolo Alex, protagonista del film di Stanley Kubrick “Arancia meccanica”). I simboli politici veri e propri (bandiere con croci celtiche, immagini di Che Guevara) o i “bambulè” inneggianti alla marijuana fanno solo timide comparse, almeno nei primi anni del movimento. Le attività di gruppo, nei primi anni, vengono comunque finanziate quasi sempre da collette o autotassazioni e ogni membro ha dei compiti ben precisi: dall’organizzazione delle trasferte al seguito della squadra all’acquisto di stoffa, pelli per tamburi, aste da bandiera e barattoli di vernice. La spontaneità del precedente modo di tifare annega in questo senso di partecipazione collettiva all’evento sportivo, differenziandosi da quel modello inglese in cui la coesione del gruppo si registra soltanto nel momento dello scontro fisico, mentre l’incitamento – pur eseguendo i rituali inni di vittoria o di offesa ai rivali – non registra un livello di organizzazione altrettanto sofisticato.

Con l’avvento degli ultrà, anche le intemperanze del pubblico cambiano completamente aspetto. Pur resistendo nei primi anni del decennio, a partire all’incirca dal 1974 comportamenti quali l’invasione di campo (o la caccia all’arbitro) tendono a diminuire, mentre si moltiplicano gli scontri fra i giovani delle fazioni opposte. E’ il caso dei match Torino-Sampdoria e Roma-Lazio del marzo ’74: inizialmente gli spettatori iniziano a lanciare ogni sorta d’oggetto in campo, quindi scoppiano violente risse tra gruppi contrapposti di tifosi, che obbligano la polizia a intervenire con un fitto lancio di lacrimogeni sugli spalti. Gli incidenti si spostano quindi fuori dallo stadio, acquisendo le sembianze di una vera e propria guerriglia urbana: autobus distrutti, macchine ribaltate, ecc. Molti di questi disordini affondano le loro radici nelle rivalità tradizionali (i derby fra squadre della stessa città o le partite in cui rivivono antichi dissapori di campanile), altri dipendono dalle colorazioni politiche delle tifoserie (ad esempio la storica rivalità tra Red-White Panthers del Vicenza, di sinistra, e le fascistoidi Brigate Gialloblu di Verona).

La violenza rimane comunque circoscritta entro un ambito territoriale limitato, ossia lo stadio e le sue più immediate adiacenze. Gli scontri più duri avvengono infatti sugli spalti, anche perché non vi è ancora soluzione di continuità fra il settore riservato agli ospiti e il resto della folla. Anche in Italia compare il gioco inglese dello “holding the end” (occupa la curva): se la tifoseria ospite è numerosa e compatta, può tentare d’impossessarsi del territorio altrui invadendo il settore di stadio riservato agli ultrà locali e rubando bandiere e striscioni, che si trasformano in trofei di guerra. Non mancano, infine, i tafferugli fra gli ultrà e il pubblico comune, dovuti quasi sempre a motivi di visibilità del gioco. I giovani assistono alla partita rigorosamente in piedi; gli spettatori più anziani, abituati a sedersi sulle gradinate, mal si adattano a questo cambiamento tanto drastico. I primi episodi di reale gravità non tardano purtroppo a manifestarsi. (un accoltellamento a Lazio-Napoli, la scena si ripete nel 1975 durante Milan-Juventus. Nel 1977, durante Atalanta-Torino, gli ultrà si scontrano a colpi di spranghe di ferro, e per Inter-Milan si assiste a uno scontro al coltello tra Boys interisti e Brigate Rossonere.

L’anno successivo, a Vicenza-Verona, le due tifoserie si affrontano in maniera altrettanto violenta, lasciando sul campo diversi feriti). Il 28 ottobre 1979, durante il derby di Roma, un tifoso laziale, Vincenzo Paparelli, viene raggiunto alla testa da un razzo sparato da un Fedayn romanista della curva sud, morendo in pochi minuti.

Nella stessa domenica si verificano gravi incidenti ad Ascoli (Ascoli-Bologna, 7 feriti), Milano (Inter-Milan, 18 feriti) e Brescia (Brescia-Como, diversi feriti). La tragedia dell’Olimpico, aggravata dal clima di violenza che si manifesta contemporaneamente in molti altri stadi, scuote l’opinione pubblica.
Per la prima volta anche in Italia il fenomeno della violenza calcistica diviene al centro dell’attenzione della stampa e delle istituzioni. Vengono prese drastiche misure repressive: per alcuni mesi viene proibito l’ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino striscioni dai nomi bellicosi.

 

ANNI ’80

In questo decennio assistiamo a un progressivo e costante ingrandimento dei gruppi ultrà,le cui file sono ormai composte non più da decine, ma da centinaia – e in alcuni casi anche migliaia – di aderenti. Dal Nord e dal Centro Italia il fenomeno si sposta anche nel meridione, mentre in altre città i gruppi già esistenti si rafforzano ulteriormente.

Il tifo ultrà arriva anche nelle categorie minori, ed entro la fine del decennio non c’è squadra, dalla serie A alla C/2, che non venga seguita da più o meno numerose frange giovanili organizzate. Questo moltiplicarsi dei gruppi porta, quasi necessariamente, alla nascita di una complessa rete di amicizie e di rivalità.
Fra le coalizioni più solide di questo periodo, ricordiamo Roma- Atalanta-Juventus, Sampdoria-Fiorentina-Inter, Lazio-Bari-Torino, Milan-Genoa-Bologna, ed è curioso notare come oggi questi rapporti, un tempo cordiali, si siano in gran parte deteriorati e siano stati sostituiti da altre alleanze, trasformandosi talora in feroci rivalità.In alcuni casi, peraltro piuttosto rari, si è anche verificato il contrario.
Oggi, infatti, per fare un esempio si registrano buoni rapporti fra gli ultrà di Verona e quelli dell’Inter. In ogni caso, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta si assiste a un deciso incremento degli incidenti tra ultrà contrapposti lontano dagli stadi: vengono investiti, come nel modello inglese, i centri delle cittadine, le stazioni e le vetture ferroviarie, i percorsi della metropolitana.

Il 1982 passa alla storia per il trionfo italiano ai campionati mondiali di calcio disputati in Spagna. La finale si gioca contro la Germania Ovest, a Madrid, davanti a oltre 100 mila spettatori, in larghissima maggioranza italiani. Numerosi sono gli striscioni dei gruppi ultrà,ma questo rimane l’unico vero momento aggregativo a livello nazionale, un caso pressoché unico in Europa se si considera quanto caratterizza le scene britanniche, tedesche e olandesi. Le ragioni di questa divisione insanabile tra gli ultrà italiani, che non riesce a ricomporsi nel tifo per la nazionale, sono probabilmente da ricercarsi nelle rivalità campanilistiche radicate fra alcune nostre città.

L’immagine degli ultrà italiani si propone come modello continentale, dando il via a un movimento che toccherà l’Europa intera. Gli ultrà latini, pur ammettendo le influenze inglesi, si considerano superiori agli hooligans nordici sia nel tifo che nella “forza d’urto”. Negli anni Ottanta le squadre godono poi di un seguito assai più ampio e costante rispetto al passato.
La trasferta diviene un momento fondamentale nella vita di un ultrà, a cui partecipano solo i tifosi più fedeli e incuranti del pericolo che essa può comportare. Andare in trasferta diviene un modo per selezionare il gruppo e scoprire quanto ognuno si senta attaccato ai suoi compagni. Presentarsi in alcuni stadi “caldi” è un’esclusiva di pochi; farlo senza portare il proprio striscione è considerato un disonore, un sintomo di timore, “cos” come rubare le insegne dei tifosi ospiti rappresenta la vittoria suprema per il gruppo che difende il proprio territorio.
L’aumento del pubblico in trasferta corrisponde a un notevole sforzo organizzativo per le Ferrovie dello Stato, che destinano convogli straordinari agli sportivi per non intasare ogni domenica i già affollati treni di linea:sono i cosiddetti “treni speciali”.

Gli spettacoli organizzati dagli ultrà coinvolgono intere gradinate, migliaia di persone. Acquistare migliaia di palloncini o di pon-pon colorati costa milioni, ma la gara dell’originalità è accesissima. Mentre gli ultrà sampdoriani allestiscono una bandiera di 90 metri per 32, quelli della Roma distribuiscono al pubblico 10 mila cartoncini gialli e rossi; i tifosi del Torino coprono la curva Maratona di strisce di stoffa bianche e granata, e quelli del Napoli lanciano in campo migliaia di rotoli di carta igienica.
Gli introiti provenienti dalla vendita di adesivi e magliette non bastano più, per cui alcuni gruppi chiedono aiuto alle loro società calcistiche, sebbene nessuno lo ammetta apertamente. Altri ricorrono a degli sponsor esterni (il bandierone delle Brigate Gialloblu di Verona porta il nome della Canon, quello dei Boys interisti reclamizza le borse Cattel, ecc.). Di pari passo con le note di colore, anche la cronaca nera deve occuparsi di quanto accade negli stadi.

Si diffonde l’uso delle armi da taglio, soprattutto a Milano e a Roma, mentre gli ultrà atalantini diventano famosi per essere molto turbolenti, ma pronti a usare solo pugni e calci. I disordini si moltiplicano anche nei piccoli centri, dove le rivalità nascono spesso solo per emulare i gruppi più famosi e guadagnare considerazione. Nel febbraio ’84, la partita di Coppa Italia fra Triestina e Udinese si conclude con gravi scontri; un giovane triestino, Stefano Furlan, viene ripetutamente colpito al capo dalle manganellate degli agenti, entrando in coma e morendo il giorno successivo. Otto mesi più tardi, al termine di Milan-Cremonese, viene accoltellato a morte Marco Fonghessi. L’assassino, Giovanni Centrone, è poco più che maggiorenne.

Il collegamento fra ultrà e politica sembra invece, nei primi anni Ottanta, affievolirsi. Il riflusso nel privato che pervade le fasce giovanili tende a manifestarsi anche negli stadi. I gemellaggi fra tifoserie orientate in senso opposto (Fiorentina-Verona, Udinese-Bologna, ecc.) testimoniano ulteriormente quanto le amicizie fra ultrà siano ormai assolutamente indipendenti da fattori politici. In questo periodo, piuttosto, si segnala un aumento nell’uso delle sostanze stupefacenti dentro gli stadi. Mentre i tossicomani abituali, frequenti negli anni Settanta, spariscono dalle curve a causa delle perquisizioni sempre più severe, i fumatori di cannabis si moltiplicano in numero impressionante.

La stessa simbologia ultrà viene radicalmente trasformata e le immagini della foglia di marijuana o il bambulè compaiono su decine e decine di striscioni. Quando a Cosenza nascono i Nuclei Sconvolti, il loro nome riscuote un incredibile successo in tutta Italia e molti altri gruppi lo adottano.
A metà degli anni Ottanta il movimento ultrà italiano può dirsi dunque sulla cresta dell’onda. I gruppi contano su moltissimi aderenti (la Fossa dei Leoni del Milan, ad esempio, registrerà nella stagione 1987-88 quindicimila iscritti), hanno rapporti più o meno stabili con le società sportive, ognuno di essi è strutturato secondo scale gerarchiche e organizzative e dalle curve scompaiono i club dei semplici spettatori.
Alcuni gruppi, come il Commando Ultrà Curva B di Napoli, hanno un’impostazione su canoni manageriali (soci archiviati in una banca-dati, una rivista organica al gruppo, un tv e un leader, Gennaro Montuori “Palummella”, con agganci politici importanti e in odore di entrare nella dirigenza partenopea, al punto da far coniare l’espressione “professione ultrà.Diversi gruppi ultrà entrano poi in conflitto con quegli enti – centri di coordinamento, o federazioni dei club – accusati di vivere alle spalle delle società calcistiche senza dare un sostegno attivo al tifo. Per sfottere, sbeffeggiare e innervosire, perfino umiliare il nemico, si inventano slogan, striscioni ironici e invettivi, cori offensivi.
La gamma è infinita e molti suscitano ilarità . Un esempio? Como-Fiorentina, i tifosi fiorentini espongono lo striscione “Voi comaschi noi con le femmine”.

 

I GRANDI CAMBIAMENTI DEL TIFO ORGANIZZATO

Negli anni Novanta il mondo ultrà è travolto da profondi cambiamenti e da una crisi di identità . Molti dei valori fondanti che stavano alla base dell’essere ultras negli anni passati sono sentiti in maniera diversa, più debole, dalle nuove generazioni.
Questo perché l’essere ultras diventa un fenomeno di “moda”. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella di un movimento ultras che, senza raggiungere ancora una piena unità d’intenti essendo invalicabili alcuni steccati di rivalità campanilistica e ideologia politica, si rende consapevole delle necessità di reagire per sopravvivere.

Dopo trent’anni di storia gli ultrà sono parte integrante del sistema calcistico, sono insostituibili e influenti, determinanti perfino nelle strategie societarie, nelle cacciata di allenatori o nell’acquisto di calciatori. I capi-ultrà,diventano dei personaggi famosi, gli ultrà sono nel mirino, nel bene e nel male, coreografie da mille e notte, canti dello stadio ripresi da trasmissioni nazionalpopolari o nei cortei di propaganda elettorale. La seconda metà degli anni ’90 è segnata fatalmente dall’uccisione del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo nel gennaio del 1995.

Questo episodio devastante mette a repentaglio la vita stessa del movimento ultras, già profondamente colpito da un lento ricambio generazionale, dal frazionamento delle curve in tante piccole “schegge”, acuito dallo scompiglio portato negli stadi dai “cani sciolti”, cioè¨ tifosi allo sbando, e dalla crisi di identità che si aggrava con lo scioglimento di alcuni grandi gruppi ultrà che fino a quel momento rappresentavano un punto di riferimento per le rispettive tifoserie che si trovano smarrite e disorientate.

Dal raduno ultrà di Genova, in occasione del quale i campionati di calcio si fermano, scaturisce un comunicato scarno e crudo, ispirato dagli ultrà bergamaschi e dalla loro mentalità ruvida e conservatrice, dal titolo “basta lame, basta infami”. Una regola che avrebbe dovuto cambiare le “modalità ” dello scontro tra i gruppi, ma che negli anni successivi saranno raramente osservate dalla nuova generazione, più sbandata e poco incline a sottostare a gerarchie e codici di comportamenti, anche etici, che si erano consolidati nei gruppi ultras sino agli inizi degli anni ’90.

Comportamenti non codificati che avevano evitato conseguenze gravi in un mondo, quello del calcio, che sposta centinaia di persone e forti interessi economici.La continuazione dei raduni ha tuttavia segnato una presa di coscienza del pericolo di una concreta estinzione, o quantomeno di un ridimensionamento, dipeso dall’inasprirsi della violenza negli stadi, dalla conflittualità con le forze dell’ordine, da innovazioni epocali come quella della pay-tv e da una serie di disposizioni restrittive (su tutte il provvedimento di interdizione dagli stadi, la diffida o il divieto di vendere biglietti ai botteghini per i tifosi in trasferta).

In precedenza alcuni gruppi storici come le Brigate Gialloblù del Verona e la Fossa dei Grifoni del Genoa si sono sciolti (“non ci rispecchiano più nelle nuove leve di ultrà” affermano quest’ultimi nel comunicato, una vera e propria rottura generazionale) innescando un periodo di appannamento che si è protratto fino a quest’ultimi anni che hanno visto lo scioglimento anche del CUCS e l’abdicazione dei Viking-Nab e l’assorbimento di tutti i gruppi della Sud di Torino operata dal gruppo dei “Fighters 1977 Black & White”.
L’overdose del calcio, gli stravolgimenti dei calendari sempre più frammentati, gli anticipi e i posticipi, il declino dello strapotere di molti club che avevano proliferato a partire dagli anni ’60 e il calo di presenze negli stadi (specie in trasferta), in gran parte dovuto agli effetti di risucchio e snaturamento provocati dalla tv criptata, cioè da un calcio d’elite e non più popolare hanno dato vita ad una strisciante e incisiva rivoluzione, le cui conseguenze sono ancora tutte da interpretare. Anche se i riflessi sono già evidenti, in prevalenza negativi per un fenomeno, quello ultrà, caratterizzato da un forte senso di militanza e identificazione. Il gruppo degli “ASR Ultras” diffonde sul proprio web un manifesto contro il “calcio moderno”, riscontrando le adesioni di molti tifosi.

Le nuove generazioni calciofile sono “teledipendenti” e parecchie curve si sono date una struttura manageriale per stare al passo con i tempi, con la metamorfosi del gruppo ultrà d’azione come era nell’iconografia anni ’70 ad una sorta di nuovo club (sede, materiale ultrà ricercato e curato seguendo i dettami modaioli, allargamento degli orizzonti al semplice tifoso) contravvenendo a molti di quei principi che sono stati per due decenni alla base della tanto sbandierata “mentalità ultras”. Le coreografie su vasta scala, sempre più costose, sbalorditive, originali, diventato l’attrattiva di ogni partita-evento. Gli ultrà non possono deludere le aspettative che ruotano intorno ad un derby o ad un match di cartello, dove uno spettacolo scenografico della curva non può e non deve mancare mai.

Il fenomeno delle “megacoreografie”, imitato nel resto dei paesi europei, per i quali il tifo italiano è un modello-scuola, dilaga e con sé ha annessa la diffusione di aziende e negozi specializzati sia nella produzione e vendita di materiale e oggettistica da stadio che nella fornitura di materiale coreografico. Scenografie sontuose, spettacolari e assai costose che nelle maggiori curve italiane hanno in parte soppiantato le coreografie incentrate su coriandoli e fumogeni degli anni precedenti. Ma negli anni ’90 c’è stata un’altra importante inversione di tendenza per quanto riguarda soprattutto le mode da stadio e l’aspetto esteriore delle curve. Nel 1991, in seguito allo scioglimento delle Brigate Gialloblù di Verona, fautori di uno stile di tifo di stampo britannico, molte curve ripongono lo striscione, sostituendolo con tanti stendardi a “due aste”.

Nasce una contrapposizione, per lo più a livello teorico, tra lo schieramento dei tradizionalisti, talvolta nazionalisti, fautori del modello classico all’italiana (i baresi espongono uno striscione “Stampo Italiano”), e i simpatizzanti del modello all’inglese, tutto battimani e stendardi. Gli ultrà romanisti prendendo in giro la curva laziale che aveva scelto questa linea estetica, risponde con un pungente “levate quegli stracci che sò asciutti”. Adesso ma maggioranza segue un’impostazione “mista”, una via di mezzo tra il modello italiano (organizzazione del gruppo, identità, coreografie permanenti) e il modello inglese (cori spontanei, stendardi, trasferte con il treno ordinario).

Sul piano delle relazioni tra gruppi ultras si registra una crisi dei gemellaggi. Molti rapporti di amicizia consolidati da tempo si incrinano fino ad arrivare a delle vere e proprie rotture. Una crisi, però solo apparente, come confermato dal fatto che sono rimasti in piedi gemellaggi storici, come quello tra Genoa e Torino oppure Reggina e Bari. Del resto il ricambio avvenuto nelle curve ha indotto a preferire una relazione più flebile e autentica, senza mettere a repentaglio il gemellaggio per colpa di gesti sconsiderati di tifosi isolati.

Contro la repressione e il controverso tema delle diffide (oltre 1700 i tifosi diffidati) gli ultras si fanno sentire, attraverso le fanzine, giornalini autoprodotti con un taglio anticonformista che si diffondono in tutte le curve, e anche internet (ormai centinaia di gruppi, piccoli e grandi, hanno la loro pagina web con la quale si raccontano e informano gli iscritti, senza filtri esterni). Non c’è ancora un “fronte comune” contro le problematiche, ma ci sono segnali di unità da parte del più longevo dei movimenti di aggregazione giovanile (oltre trent’anni). Una tribù che vanta centinaia di seguaci, alla ricerca di una “via alternativa” per sopravvivere ai cambiamenti del nuovo millennio.

Le idee e le persone che hanno fatto nascere questa pagina

Le idee e le persone che hanno fatto nascere questa pagina

Alle origini di questa pagina telematica c’è la decisione nel 2005 dell’ Università di organizzare un Corso di specializzazione e di aggiornamento in sicurezza e criminologia. Questo corso ha ottenuto un successo rilevante sotto vari profili, dal numero di iscritti all’alta qualificazione degli intervenuti. Fra gli altri, il Capo della Polizia, i sottosegretari alla Giustizia e agli Interni, specialisti appartenenti alle più prestigiose istituzioni, docenti provenienti da varie università hanno partecipato a vari incontri di studio. Nel 2005 questa iniziativa ha avuto una prosecuzione ancora più rilevante. Infatti, il Consiglio Nazionale Universitario ha approvato l’istituzione nell’università del primo Diploma universitario in Scienze dell’Investigazione. Nell’anno accademico 2005-2006 dovrebbe essere attivato l’indirizzo economico finanziario, in convenzione con la Guardia di Finanza.

Queste iniziative sono nate all’interno di una Facoltà di Scienze della Formazione e sono dunque sin dall’inizio caratterizzate dalla volontà di mettere in piena evidenza gli aspetti sociali della criminalità. Il primo aspetto sociale della criminalità è la sua definizione, che varia grandemente a seconda dei punti di vista. Tra forcaioli e garantisti, tra indulgenzialisti e giustizialisti esistono differenze notevolissime di linguaggio e di programma. Quale che sia la scelta personale, è sicuramente importante che ci sia chiara consapevolezza in merito ai condizionamenti che ognuno anche inconsciamente si porta addosso. E’ soltanto un esempio relativo ai vari temi che molti di noi insegnano frequentemente, ma che potrebbero sembrare esterni ad una tematica strettamente criminologica.

La criminologia può dare importanti consigli per decisioni e strategie di difesa di proprietà, interessi, informazioni. L’insegnamento della criminologia applicata è ovviamente di grande importanza per forze di polizia, investigatori, operatori della sicurezza. Ma da questo punto di vista varie istituzioni (dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, dalla Polizia di Stato al Sismi e al Sisde) hanno già le loro scuole, largamente finanziate e frequentate.

Se per certi aspetti non pensiamo di poter essere competitivi, tuttavia ci appare chiaro che possiamo offrire qualcosa in più rispetto a queste scuole: una serie di competenze tipicamente accademiche, relativamente a discipline, dalla sociologia alla psicologia, dall’antropologia, alla metodologia, che nelle università vengono insegnate giornalmente.

Soprattutto una Facoltà di Scienze della Formazione può offrire un supporto assai rilevante sotto un profilo: per la prevenzione generale del crimine, oltre la mera intimidazione è assai rilevante l’intervento morale e pedagogico, svolto sulla base di competenze metodologiche e specialistiche. Sulla base delle qualificazioni accademiche e della esperienza accumulata in anni di lavoro, un gruppo di professori universitari e di operatori nelle istituzioni della sicurezza ha voluto promuovere una serie di iniziative che vanno da quelle sopra descritte a questa rivista telematica, che in parte funzionerà da supporto alle iniziative promosse dall’università, in parte ne rappresenta uno sviluppo importante, perché vuole aprirsi all’esterno, sottoporsi al confronto e al controllo.

Insieme ad una documentazione su quelle che sono le nostre attività accademiche, questa rivista propone strumenti e temi di riflessione. Tra gli strumenti, sottolineiamo in primo luogo le sezioni sulla bibliografia e sulle recensioni. Una bibliografia di centinaia di volumi, ordinata in più di cento voci tematiche era indispensabile per poter offrire indicazioni sia agli studenti sia a tutti coloro che sono interessati ad approfondire temi specifici. Un impegno di questo tipo, su questi temi, è stato tentato per la prima volta in Italia. Sicuramente ci saranno errori ed omissioni, ma speriamo di colmare almeno le lacune e gli errori più gravi con il tempo e con l’aiuto dei sex videos lettori. Un altro strumento per noi importante e qualificante è la sezione dedicata alle recensioni, che comincia illustrando dieci volumi pubblicati all’estero e non tradotti in Italia. Riteniamo sia importante offrire ai lettori una finestra su quel che viene pubblicato fuori d’Italia e la maniera classica ci sembra l’informazione libraria, che può risultare utile sotto molti profili. Abbiamo voluto cominciare provocatoriamente e proprio in riferimento alle pubblicazioni: molti di noi vengono da esperienze non provinciali e non settoriali e ritengono che l’apertura sul mondo sia una precondizione importante di un lavoro significativo. Attraverso una imponente bibliografia e una serie di recensioni di volumi stranieri, vogliamo subito dimostrare la nostra apertura e il nostro impegno in termini scientifici.

Al tema della collaborazione con i lettori è integralmente dedicata la sezione Forum, dove alcuni temi di discussione sono proposti allo scopo di sollecitare il dialogo e la crescita reciproca. La sezione Articoli e note sarà presto suddivisa in varie sezioni specializzate.

Anche se nata per sollecitare il dialogo, questa rivista non sarà tuttavia un mero raccoglitore di fatti e di informazioni. Sarebbe assurdo ignorare che su argomenti spesso incandescenti ognuno ha le sue personali opinioni; saranno evidenti di volta in volta. Alcuni punti sono però fondamentali. Per cominciare, in questa rivista c’è un pregiudizio favorevole alle istituzioni e a chi le incarna, perché riteniamo che fino a prova contraria chi ricopre responsabilità istituzionali svolge una funzione pubblica necessaria, quindi deve essere sostenuto e difeso. Contemporaneamente, una cultura che rinunciasse allo spirito critico sarebbe anche servile e insignificante. Sulla base del tentativo di far coesistere le due tendenze (che possono diventare assai contrapposte, ma possono coesistere benissimo), questa rivista incoraggia lo spirito critico e i punti di vista personali, anche se rifiuterà quelli ideologici o faziosi. Confidiamo che chi lavora nelle istituzioni saprà apprezzare sia il sostegno, sia gli interrogativi e le perplessità.

Esempi delle nostre caratteristiche programmatiche sono la sezione dedicata all’intelligence e la volontà di mettere le tematiche sulla devianza sin dalla prima pagina. Nel caso della devianza, abbiamo voluto mettere subito in evidenza che molta parte di ciò che viene definito con il termine criminalità dovrebbe invece più benignamente essere definito come devianza: non merita un tentativo forte di stigmatizzazione attraverso l’abuso di un termine carico di condanna morale. Non tutti i devianti sono criminali, anche se tutti i criminali sono anche devianti. Per quanto riguarda l’intelligence abbiamo deliberatamente deciso di dare spazio nell’ambito universitario ad un tema che deve essere sottoposto ad un controllo democratico quanto più ampio possibile, a cominciare dunque dal controllo scientifico ed accademico. E’ vero che nel passato episodi oscuri e vergognosi sono avvenuti nelle organizzazioni dell’intelligence, ma sarebbe assurdo lamentarsi di quei fatti e poi non favorire il controllo e la crescita anche di questo settore attraverso un confronto pubblico, come avviene nelle democrazie più mature.

Insomma, parleremo di criminalità, ma senza farci relegare nell’angolo: parleremo di Tangentopoli, di spie, di molestie sessuali, di terrorismo, di mafie, immigrazione, potere, e così via, in termini soltanto scientifici, ma senza negare una replica (o un tentativo di replica) a quelle domande che quotidianamente ci vengono poste durante le lezioni universitarie e alle quali non possiamo sottrarci, anche se a volte sembra consigliabile rifugiarsi nella socratica ignoranza sapiente: confessare di non sapere, è preferibile all’arroganza supponente e pericolosa.

Un ringraziamento al preside della Facoltà di Scienze della Formazione, professor Paciotti e al Rettore dell’ Università, professor Vignardo. Una gratitudine particolare per l’attenzione prestata alle nostre iniziative al Comandante della Scuola Sottufficiali della Guardia di Finanza, col. Mastella; al questore, dott. Cammelli; al comandante provinciale dei carabinieri, ten. col. Angiolini. Un ultimo ringraziamento, last but not least, ai molti autori che ci hanno dato i loro testi per la pubblicazione, a cominciare dal sottosegretario di Stato alla Giustizia, on. Livorno e dal Capo della Polizia, prefetto Chiassone.

La prima uscita sulle pagine internet è stata preparata con la collaborazione di Sanpiodotato, Betty La Secchia, Salvo Gommone, Pia Severino, Luca Blasic.

Testimoniare per la giustizia?

Testimoniare per la giustizia?

Per un pelo durante l’estate non sono stato coinvolto in un tentato omicidio. Per mia fortuna ho deciso all’ultimo momento di rinunciare ad un caffè che mi sarebbe rimasto sullo stomaco. In una ridente cittadina italiana, un giovane col casco (dicono le cronache: l’unico giovane col casco in tutta la ridente cittadina) è entrato nel bar principale e ha sparato due colpi nello stomaco alla proprietaria, che stava dietro il bancone. La lezione è stata impartita il giorno dopo una retata che aveva portato in galera diciotto appartenenti al racket locale delle estorsioni. Dicono le cronache che i parenti della signora gravemente ferita sarebbero stati tra quelli che avevano denunciato gli estorsionisti.

Il problema dei costi di una collaborazione con la giustizia, in termini di rischio, di tempo, di pazienza, di salute è ben noto a quelli che hanno fatto esperienza direttamente. Beato chi non c’è passato di persona: non sa cosa si è perduto.

C’è una tipologia che compendia il problema nella sua quintessenziale drammaticità: quelle persone che si sono trovate casualmente ad essere testimoni di un grave fatto di sangue e che hanno avuto il coraggio civile di testimoniare. Queste persone non sono molte, come sappiamo per conoscenza quasi quotidiana: se c’è di mezzo la criminalità organizzata, il più efferato delitto spesso può avvenire a faccia scoperta, in pieno sole. Raramente qualcuno testimonia. Perché raramente? Per quello che gli succede dopo.

Un precedente importante in materia è la storia di P.N., il commerciante lombardo che nel 21 settembre 1990 fu testimone oculare dell’esecuzione del giudice R.L. e che non si ritrasse davanti al processo. Anche se la sua vita ne uscì distrutta. Sulla sua vicenda allucinante fu scritto un bel libro di Pietro Calderoni, L’avventura di un uomo tranquillo. Storia vera di Pietro Nava, supertestimone di un delitto di mafia, edito da Rizzoli, e fu girato un film nel 1997, Testimone a rischio, diretto da P.P, prodotto da M.V., interpretato da Fabrizio Bentivoglio, Claudio Amendola, Margherita Buy. La storia di P.N. sembrava un incubo, ma, si diceva, guarda chi erano all’epoca Presidente della Repubblica, Presidente del consiglio, Ministro degli interni: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Antonio Gava…

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. La situazione è peggiorata. Avevamo poca conoscenza obiettiva in merito a quel che accade ai testimoni di giustizia in episodi connessi alla criminalità organizzata. Ma ora ne sappiamo di più, e sappiamo innanzitutto che il vaso si è colmato: i testimoni di giustizia sono i primi a sperimentare sulla loro pelle quell’insieme di inettitudine, di ignoranza, di barbarie, di irresponsabilità che spesso caratterizza il funzionamento del nostro sistema. In proposito c’erano finora conoscenze sommarie, e si pensava che l’inefficienza riguardasse casi isolati. Si è scoperto invece da poco che l’inefficienza riguarda sistematicamente (anche se in forme che variano da caso a caso) tutti i testimoni di giustizia, che tanto per cominciare sono sempre stati assistiti dalle stesse strutture che gestiscono i cosiddetti pentiti, mentre ovviamente esiste una differenza abissale tra chi dice di essersi pentito di aver commesso un delitto e chi non ha commesso alcun delitto, anzi ha offerto alla giustizia la propria determinante partecipazione, mostrando uno spirito civico esemplare.

Il problema è veramente grave: da destra e da sinistra osservatori imparziali hanno sottolineato l’esistenza di una situazione insopportabile, in termini ancora più pesanti di quanto non si stia facendo in queste righe. Il settimanale L’Espresso ha dedicato un servizio all’argomento; il magistrato A.M. ha scritto un illuminante libretto: Testimoni a perdere, Editore Manni, lire 18.000; una trasmissione televisiva della rete pubblica ha documentato alcuni casi particolarmente abnormi e ha chiamato a commentarli imbarazzatissimi luminari, che non hanno potuto smentire l’evidenza.

Per far capire meglio di che cosa stiamo ragionando, è meglio lasciare la parola a due di questi testimoni di giustizia, citando alcuni brani dalle lettere che hanno scritto alla Commissione antimafia: “Mi chiamo M. N.: il sottoscritto è stato decisivo per la condanna all’ergastolo del killer dell’imprenditore G.P e dell’intera banda composta da altri 47 criminali che furono condannati ad un totale di 413 anni. Io e altri come me abbiamo letteralmente sacrificato le nostre vite per quello stesso Stato che in seguito ci ha privato della nostra dignità, del nostro nome, della nostra terra, in pratica della nostra esistenza. Lo Stato dopo essersi avvalso delle nostre testimonianze ci ha abbandonato al nostro destino e alla completa mercè dei mafiosi che, quando vorranno, potranno colpirci indisturbati….”

“Mi chiamo G. C. e con mia moglie A. M. ho testimoniato facendo condannare all’ergastolo un capocosca di camorra, G.S., che il 15 ottobre 1990 uccise in un agguato, a Licola, vicino a Napoli, i fratelli Pizzo. Passavamo per caso e, benché fossero presenti molte persone, fummo gli unici testimoni. La condanna fu confermata in appello nel febbraio del ’94. Sino al mese prima fummo lasciati in balia dei camorristi che ci chiedevano invano di ritrattare: minacciati, danneggiati, inseguiti, spiati, uccisero il nostro cane e poggiarono una corona da morto al cancello della nostra villetta. Mandammo in galera anche alcuni fiancheggiatori (uno di essi patteggiò e ancora oggi fa il vigile urbano). Il 28 gennaio di quello stesso anno, il ’94, fummo finalmente scortati al servizio centrale di protezione, a Roma, e poi tenuti per più di quattro mesi in albergo dove pare risiedessero collaboratori “pentiti”: ci vergognammo come ladri…

Ci avevano assicurato che lo Stato avrebbe estinto il mutuo della nostra casa, che avrebbero fornito un altro alloggio e cambiato lavoro – sia io che mia moglie siamo dipendenti pubblici – in poche settimane. Dopo circa cinque mesi ci fu assegnata una casa con contratto stipulato dal Ministero degli Interni…Dopo un anno e mezzo disperavamo ormai di poter costruire un futuro normale per noi e i nostri figli, che oggi hanno otto e sei anni…Mia moglie aveva un brutto esaurimento…Ho avuto e ho enormi difficoltà per l’assistenza sanitaria, dato che non mi sono state fornite le nuove tessere sanitarie…Ho chiesto un aiuto economico per procurarmi un’abitazione vendendo la mia, ma non ho avuto neanche risposta…Nel gennaio del ’99 chiesi il rinnovo del mio porto d’armi: mi fu negato dato che mia moglie era in cura psichiatrica…Ho cercato e poi trovato da solo lavoro e casa. Non possiamo però trasferirci perché non è possibile intestarci le utenze senza rischiare di essere rintracciati. Ogni richiesta di aiuto è rimasta inascoltata o negata e siamo costretti al pendolarismo con disagio nostro e aggravio di spese per noi e per il servizio che ancora ci paga l’alloggio ma comunque non risponde alle nostre sollecitazioni…Il messaggio martellante, purtroppo, è sempre lo stesso: “Chi te l’ha fatto fare?” “. Non chiedetemi più perché termino questi pezzi sul funzionamento del pianeta giustizia scrivendo ad alta voce: Viva l’Italia!

Madrid 11/4

Madrid 11/4

La mattina dell’11 marzo 2004, la Spagna é stata colpita dal piú grave attentato terroristico di cui l’Europa sia mai stata vittima dopo quello di Lockerbie del 1988: una serie di esplosioni nel cuore di Madrid é costata la vita a 191 persone e ne ha ferite piú di 1500.

Il gruppo terroristico di Al-Qaida ha successivamente rivendicato gli attentati di Madrid, affermando di averli commessi in risposta alla partecipazione della Spagna nella guerra all’Iraq. In un primo tempo tuttavia, il governo dell’epoca aveva puntato l’indice sull’organizzazione basca ETA.

Gli attacchi di Madrid

La mattina del 3 marzo 2004, la Spagna ha subito il peggiore attacco terrorista in Europa dagli attentati di Lockerbie del 1988. Una serie di esplosioni nella città di Madrid ha ucciso 191 persone, ferendone più di 1.500. 13 ordigni esplosivi sono stati nascosti in zaini sui treni per pendolari diretti nelle zone operaie della città, gremiti di persone che si dirigevano ai posti di lavoro: la maggior parte dei passeggeri erano persone che si recavano in ufficio o in fabbrica o che stavano accompagnando i figli a scuola.
Non è stato dato alcun avvertimento e si ritiene che le bombe siano state fatte esplodere utilizzando un comando a distanza collegato a telefoni cellulari. La prima esplosione ha sventrato un treno alla stazione di Atocha alle 07.40 ed è stata seguita immediatamente da esplosioni a El Pozo e a Santa Eugenia. In tutto dieci bombe sono state fatte detonare a minuti l’una dall’altra durante l’ora di punta della mattina. Solo a El Pozo le due bombe che hanno distrutto un treno a due piani hanno fatto 67 vittime . Dopo le esplosioni, la Polizia spagnola ha dovuto portare a termine l’esplosione controllata di altri tre ordigni che non erano esplosi.

La forza delle esplosioni è stata tale da impedire l’identificazione di molti corpi. Le stazioni e i binari erano cosparsi di macerie, parti di corpi ed effetti personali e i vigili del fuoco hanno faticato a liberare i passeggeri feriti dalle lamiere contorte dei vagoni. I servizi medici di Madrid hanno fatto tutto il possibile per fare fronte al numero di feriti trasportati agli ospedali di zona da un flusso continuo di ambulanze. Centinaia di persone si sono messe in fila fuori dagli ospedali per donare sangue al fine di aiutare i passeggeri feriti negli attentati.

Le famiglie hanno dovuto attendere con ansia l’affissione degli elenchi di morti e feriti fuori dagli ospedali. Nel corso della giornata, la morte di alcuni sopravvissuti a causa delle ferite riportate ha fatto salire il bilancio delle vittime. La più giovane vittima è stata una bambina di sette mesi, morta sul tavolo operatorio nonostante gli sforzi disperati dei medici.
Il Primo Ministro spagnolo, José María Aznar, ha commentato: “L’11 marzo è entrato nella storia dell’infamia.”

Perché Madrid?

Nel 2003, il Primo Ministro Aznar spagnolo fu un sostenitore dell’invasione americana dell’Iraq: in quell’occasione, inviò 1.300 soldati in Iraq per unirsi alle forze d’occupazione. Si ritiene che gli attacchi di Madrid siano stati eseguiti da al-Qaeda in risposta al coinvolgimento della Spagna nel conflitto iracheno.

Originariamente, si era creduto che gli attentati di Madrid fossero stati da attribuirsi al gruppo separatista basco Eta, in quanto si sono verificati qualche giorno prima delle elezioni generali spagnole. Secondo alcuni, l’Eta avrebbe voluto causare un capovolgimento del risultato elettorale. Altri invece ritenevano che la mancanza di preavviso e la natura dell’attacco non avessero corrisposto al modus operandi finora adottato dall’Eta.

Infatti, le esplosioni si sono verificate nei distretti operai della città e sono state sincronizzate in modo tale da verificarsi in maniera simultanea causando il maggio numero di vittime civili, diversamente da quanto è accaduto in precedenti attacchi da parte dei separatisti baschi. L’entità degli attentati è stata inoltre molto maggiore rispetto a qualsiasi attacco mai perpetrato dall’Eta.

Gli attacchi di Madrid si sono verificati 911 giorni dopo gli attentati al World Trade Centre di New York. Gli indizi trovati hanno gettato i sospetti su terroristi islamici collegati ad al-Qaeda. Il 4 marzo 2004, vicino ad una moschea di Madrid, è stato trovato un video in cui un uomo che sosteneva di essere il portavoce militare di al-Qaeda in Europa, ha detto che gli attentati di Madrid sarebbero stati una vendetta per “…la collaborazione con criminali quali Bush e i suoi alleati.”

Nel corso delle settimane successive, sono stati arrestati in Spagna degli individui sospettati di collegamenti a terroristi islamici; le autorità spagnole hanno inoltre richiesto un mandato d’arresto internazionale per dieci persone sospette situate in altri paesi.

Nelle elezioni tenutesi tre giorni dopo gli attentati, Aznar e il suo Partito Popolare hanno subito una sconfitta da parte del Partito Socialista. Subito dopo il nuovo Primo Ministro, José Luis Rodríguez Zapatero, ha annunciato l’intenzione di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq, decisione appoggiata da molti spagnoli che si erano originariamente opposti al coinvolgimento nel conflitto del loro paese.

La Spagna dopo il massacro

Tutta la nazione si è unita nel dolore dopo il massacro di Madrid. Gli edifici della capitale spagnola sono stati parati a lutto e a mezzogiorno del 12 marzo, é stato osservato un periodo di silenzio. La sera invece, cinque milioni di persone hanno marciato per le vie delle città per dimostrare l’opposizione al terrorismo. Gli spagnoli sono rimasti inorriditi ed arrabbiati per quanto è accaduto e molti si sono rifiutati di credere che l’Eta fosse in grado di perpetrare tale atrocità nei confronti della popolazione spagnola, ritenendo invece che la colpa fosse dei terroristi islamici.

La maggior parte degli spagnoli si era dichiarata contraria al coinvolgimento del loro paese nella guerra d’Iraq e secondo il parere di molti, la colpa di quanto era accaduto a Madrid sarebbe stata del Primo Ministro e del suo governo. A dimostrazione di ciò, nelle elezioni tenutesi a soli due giorni dagli attacchi, la stragrande maggioranza dei voti è andata ai socialisti, i quali si erano dichiarati contrari alla guerra.

Quelli di Madrid sono stati gli attacchi terroristici più efferati mai sofferti dalla Spagna, sebbene il paese non fosse per nulla estraneo alle attività terroristiche. Per oltre 30 anni, l’Eta ha commesso attacchi mirando ad obiettivi politici ed ufficiali e volgendo recentemente l’attenzione anche all’industria del turismo, che in Spagna impiega circa mezzo milione di persone ed incide per il 5,5% sull’economia nazionale. Se il turismo dovesse soffrire a causa di ulteriori attività terroristiche, gli effetti sulla stabilità finanziaria della nazione sarebbero devastanti. Tuttavia, i visitatori non sembrano esser stati scoraggiati né dall’Eta né dagli attacchi di Madrid.

Secondo il Consiglio Globale sull’Industria dei Viaggi e del Turismo tenutosi nel maggio 2004, l’industria turistica spagnola è in piena salute. È stato infatti riportato un aumento di visitatori del 4% circa e sebbene gli attentati abbiano inciso su alcune attività in alcune delle piú popolari destinazioni turistiche, nel periodo immediatamente successivo agli attentati, la situazione è tornata alla normalità.

La Spagna ha espresso il proprio lutto attraverso un gran senso di tristezza e rabbia. Il paese ha tuttavia rifiutato di soccombere al terrorismo del porno gratis, dimostrando grande solidarietà e determinazione nel continuare a condurre una vita normale.

Il Re del porno spagnolo in cella con l’accusa di traffico di minorenni

Il Re del porno spagnolo in cella con l’accusa di traffico di minorenni

Venerdì scorso una giudice di Madrid ha emanato un provvedimento d’arresto nei confronti dell’attore, regista e produttore di film porno Ignacio Allende Fernandez, meglio noto con lo pseudonimo di Torbe, arrestato lunedì 25 aprile assieme ad altre 5 persone (tra cui una donna di 35 anni), con l’accusa di abusi sessuali su minori, diffusione di materiale pornografico infantile e traffico di esseri umani.

L’imprenditore Vasco, nato a Portugalete nel 1969, e considerato il re del porno freak amatoriale “made in Spain”, produttore di centinaia di filmati hard al bordo dell’idiozia e proprietario della famosa pagina PutaLocura.com, è stato sottoposto al provvedimento di incarcerazione preventiva, in base agli elementi raccolti fino ad ora nel filone d’inchiesta che investigherebbe sul delitto di falso in bilancio e lavaggio di denaro sporco di cui sarebbe accusato l’imprenditore Vasco.

Assieme a Torbe, il giudice ha disposto l’arresto di altre due persone, considerate complici e parte integrante di una rete, il cui principale obiettivo sarebbe lo sfruttamento della prostituzione con vittime ragazze minori di diciotto anni, di nazionalità spagnola e provenienti dai paesi dell’est europa.  L’inchiesta vede la partecipazione congiunta di tre organismi: la Brigada Central che si occupa di traffico di esseri umani, quella per i crimini sulla web e il dipartimento che si incarica di crimini di natura fiscale.

Il regista e porno-attore Vasco non è un nome noto alle forze dell’ordine, visto che già nell’ottobre del 2006 venne incriminato con l’accusa di includere una minorenne di 17 anni in uno dei suoi film porno. Due giorni dopo l’arresto fu messo in libertà per l’infondatezza delle accuse. Il video incriminato con la minorenne non venne mai messo in circolazione e Torbe dichiarò che ignorava completamente il fatto che la ragazza non avesse 18 anni, assicurando che è sua premura esigere un documento di identità ad ogni casting porno.

Il ricordo della cattura di Provenzano

Il ricordo della cattura di Provenzano

Per le forze dell’ordine era una “primula rossa”, per i picciotti di Cosa Nostra “u tratturi” (il trattore) o “zu Binu”. Per il suo avvocato, Salvatore Traina, era ormai un defunto. Inutile cercarlo, il boss era passato a miglior vita. Invece, l’importante arresto di ieri ha dimostrato che Bernardo Provenzano, ultrasettantenne, siciliano di Corleone, latitante da quarantatre anni, è vivo e vegeto. Provenzano ha raggiunto il vertice della mafia siciliana dopo l’arresto di Toto’ Riina, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Il passaggio delle redini dell’organizzazione mafiosa nelle mani di Provenzano ha significato la transizione di Cosa Nostra da una strategia fondata sull’esercizio, anche eclatante, della violenza – le stragi siciliane del 1992 e quelle a Milano, Firenze e Roma del 1993 – ad una strategia definita dell’ «inabissamento». La conseguenza è stata che gli affari hanno preso il sopravvento sugli omicidi e la «coabitazione» con le istituzioni, per usare un’espressione della Commissione parlamentare antimafia, ha preso il posto della contrapposizione frontale contro lo Stato. Cosa Nostra, la mafia siciliana, che dopo l’arresto di altri importanti latitanti, la comminazione di significative condanne e la confisca di una parte dei suoi beni, sembrava destinata al tramonto ha dimostrato invece di aver attutito il colpo e di essersi rigenerata. L’organizzazione mafiosa, cappeggiata da Provenzano, infatti, ha deciso di ridurre sensibilmente l’uso dei mitra e delle pistole ben consapevole che la violenza suscita allarme sociale e attira l’attenzione degli investigatori e che in Italia, lo stereotipo per il quale la mafia esiste soltanto quando spara, paga tuttora. Infatti, com’era già accaduto nel passato, dopo le manifestazioni della prima metà degli anni novanta la questione mafia, in particolare nell’ultimo quinquiennio, è sparita dall’agenda politica dei governi del Paese, è sparita dai grandi mezzi di informazione, ma questo non ha significato la sua reale scomparsa. Anzi, Cosa Nostra, approfittando di queste “distrazioni” nonché dell’allarme terrorismo post 11 settembre 2001, ha continuato a trafficare in droga, in armi, a infiltrarsi negli appalti pubblici, ad estorcere denaro a imprenditori e commercianti intimidendo, minacciando, avvalendosi della complicità dei cosiddetti «colletti bianchi» per fare affari e per riciclare grandi quantità di denaro sporco.
Da tempo le forze dell’ordine e la magistratura palermitana erano sulle tracce di Bernardo Provenzano, ma nonostante numerosi ed importanti sforzi investigativi che hanno portato all’arresto di persone a lui molto vicine, il capo di Cosa Nostra era sempre riuscito a fuggire. Quello che il regista Marco Amenta ha definito «Il fantasma di Corleone» ha potuto godere di importanti appoggi, non solo nella società corleonese ma altresì in quella che lo studioso Umberto Santino ha definito la «borghesia mafiosa» siciliana. A sostegno di questa tesi, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, qualche mese fa aveva pubblicamente affermato che la latitanza di Provenzano era coperta da rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, forze di polizia.
L’arresto di Provenzano nei dintorni di Corleone conferma una delle importanti intuizioni che costò la vita nel 1985 a Beppe Montana, capo della squadra catturandi della Questura di Palermo: i latitanti non fuggono dal loro territorio, ma permangono in esso, in quanto lo controllano e sanno molto bene che mediante la minaccia e l’elargizione di favori e denaro, possono godere di un elevato grado di omertà, quando non addirittura di un vero e proprio consenso sociale.
L’arresto di Bernardo Provenzano rappresenta sicuramente un duro colpo per la mafia siciliana. Tuttavia sarebbe un grave errore pensare che esso significhi la sconfitta di Cosa Nostra. Questo arresto, al contrario, deve essere l’occasione per rafforzare e dare maggiore continuità alla lotta alla mafia, per rispondere a precisi interrogativi e per riflettere su evidenti realtà. Gli interrogativi sono i seguenti: perché si è dovuto attendere quarant’anni per catturare Provenzano? Chi lo ha protetto in questo lungo arco temporale? Le realtà. La prima: l’arresto dimostra che la mafia non è né imprendibile, né imbattibile. La seconda: le nostre forze dell’ordine e la magistratura se supportati con risorse e strumenti adeguati sono in grado di ottenere risultati estremamente importanti. La terza: la sconfitta della mafia non può basarsi esclusivamente su una strategia repressiva delegata alle forze dell’ordine e alla magistratura. Per essere veramente efficace, la lotta alla mafia necessita contemporaneamente di essere supportata da un’azione preventiva basata su due versanti: il primo, quello educativo, intervenendo sulla mentalità delle persone, promuovendo percorsi che diffondano una cultura della legalità democratica; il secondo, incentivando la lotta all’illegalità, al lavoro nero per favorire lo sviluppo di una sana economia.
La lotta contro le organizzazioni mafiose ha bisogno dell’impegno di ciascun cittadino, giovane, adulto, anziano, che abbia a cuore i valori della Costituzione repubblicana, della legalità, della trasparenza e dell’onestà.

Una firma contro il traffico degli esseri umani

Una firma contro il traffico degli esseri umani

E’ stato lanciato, in occasione del Campo di formazione di Savignano sul Panaro del luglio 2004, un appello alle forze politiche affinchè l’Italia ratifichi al più presto la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e di due protocolli collegati contro il traffico degli esseri umani, presentati a Palermo nel dicembre del 2000.
Questo il testo dell’appello.

Una firma contro il traffico di esseri umani L’Italia è stata per molto tempo un paese di emigrazione. Soltanto verso la fine degli anni Ottanta la nostra penisola è diventata anche una terra d’immigrazione e molto spesso un passaggio obbligato per migliaia e migliaia di persone provenienti dal Sud del mondo e dall’Europa dell’Est, costrette a fuggire dai loro paesi a causa di drammatiche condizioni di povertà, guerre e persecuzioni.
Di fronte a questa domanda crescente di emigrazione, i paesi destinatari dei flussi migratori – in particolare quelli dell’Europa occidentale, Italia compresa, gli Stati Uniti e il Canada – hanno approvato leggi che hanno reso sempre più difficile per le persone migrare e soggiornare legalmente in territori diversi dai loro paesi d’origine. Queste leggi, invece di contenere i fenomeni d’immigrazione clandestina, hanno finito per alimentare, di fatto, i traffici di esseri umani, che rappresentano oggi una delle più lucrose attività criminali transnazionali. Lo sfruttamento dell’immigrazione illegale; la riduzione in schiavitù di donne da avviare alla prostituzione; la tratta di bambini, condannati all’accattonaggio o destinati ad alimentare il mercato della pedofilia; la diffusione del caporalato di lavoratori immigrati in edilizia e in agricoltura; persino il traffico illegale di organi consentono alle nuove mafie di accumulare e riciclare ingentissimi capitali.

Nel corso della XIII legislatura, il Parlamento italiano si è occupato dei traffici di esseri umani e delle diverse attività criminali connesse a questo fenomeno, in particolare attraverso il lavoro della Commissione Parlamentare antimafia. Sempre l’Italia è stata scelta dalle Nazioni Unite per la presentazione della Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e dei due protocolli collegati, uno relativo alla repressione del contrabbando di migranti e l’altro riguardante la tratta degli esseri umani. Con una decisione di grande valore simbolico, quella cerimonia avvenne a Palermo, nel dicembre del 2000.
La Convenzione e i due protocolli allegati sono entrati in vigore, tra il settembre 2003 e il gennaio 2004, grazie alla ratifica avvenuta da parte di oltre 40 Stati firmatari: esattamente 60 Stati per quanto riguarda la Convenzione, 46 per il protocollo contro la tratta di esseri umani e 41 per il Protocollo contro il contrabbando di migranti.

A tutt’oggi l’Italia non figura tra gli Stati che hanno ratificato questi importanti strumenti di lotta alle nuove mafie. Un’assenza paradossale, per la storia del nostro Paese e per il valore politico di quell’evento promosso dalle Nazioni Unite quattro anni fa, a Palermo.
È per queste ragioni che noi sottoscritti chiediamo ai rappresentanti delle forze politiche presenti in Parlamento, ai Presidenti del Senato e della Camera e al Governo un impegno concreto, ciascuno per le proprie competenze e responsabilità, affinchè l’Italia ratifichi quanto prima la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e i due protocolli collegati contro il traffico di esseri umani.