Il Re del porno spagnolo in cella con l’accusa di traffico di minorenni

Il Re del porno spagnolo in cella con l’accusa di traffico di minorenni

Venerdì scorso una giudice di Madrid ha emanato un provvedimento d’arresto nei confronti dell’attore, regista e produttore di film porno Ignacio Allende Fernandez, meglio noto con lo pseudonimo di Torbe, arrestato lunedì 25 aprile assieme ad altre 5 persone (tra cui una donna di 35 anni), con l’accusa di abusi sessuali su minori, diffusione di materiale pornografico infantile e traffico di esseri umani.

L’imprenditore Vasco, nato a Portugalete nel 1969, e considerato il re del porno freak amatoriale “made in Spain”, produttore di centinaia di filmati hard al bordo dell’idiozia e proprietario della famosa pagina PutaLocura.com, è stato sottoposto al provvedimento di incarcerazione preventiva, in base agli elementi raccolti fino ad ora nel filone d’inchiesta che investigherebbe sul delitto di falso in bilancio e lavaggio di denaro sporco di cui sarebbe accusato l’imprenditore Vasco.

Assieme a Torbe, il giudice ha disposto l’arresto di altre due persone, considerate complici e parte integrante di una rete, il cui principale obiettivo sarebbe lo sfruttamento della prostituzione con vittime ragazze minori di diciotto anni, di nazionalità spagnola e provenienti dai paesi dell’est europa.  L’inchiesta vede la partecipazione congiunta di tre organismi: la Brigada Central che si occupa di traffico di esseri umani, quella per i crimini sulla web e il dipartimento che si incarica di crimini di natura fiscale.

Il regista e porno-attore Vasco non è un nome noto alle forze dell’ordine, visto che già nell’ottobre del 2006 venne incriminato con l’accusa di includere una minorenne di 17 anni in uno dei suoi film porno. Due giorni dopo l’arresto fu messo in libertà per l’infondatezza delle accuse. Il video incriminato con la minorenne non venne mai messo in circolazione e Torbe dichiarò che ignorava completamente il fatto che la ragazza non avesse 18 anni, assicurando che è sua premura esigere un documento di identità ad ogni casting porno.

Il ricordo della cattura di Provenzano

Il ricordo della cattura di Provenzano

Per le forze dell’ordine era una “primula rossa”, per i picciotti di Cosa Nostra “u tratturi” (il trattore) o “zu Binu”. Per il suo avvocato, Salvatore Traina, era ormai un defunto. Inutile cercarlo, il boss era passato a miglior vita. Invece, l’importante arresto di ieri ha dimostrato che Bernardo Provenzano, ultrasettantenne, siciliano di Corleone, latitante da quarantatre anni, è vivo e vegeto. Provenzano ha raggiunto il vertice della mafia siciliana dopo l’arresto di Toto’ Riina, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Il passaggio delle redini dell’organizzazione mafiosa nelle mani di Provenzano ha significato la transizione di Cosa Nostra da una strategia fondata sull’esercizio, anche eclatante, della violenza – le stragi siciliane del 1992 e quelle a Milano, Firenze e Roma del 1993 – ad una strategia definita dell’ «inabissamento». La conseguenza è stata che gli affari hanno preso il sopravvento sugli omicidi e la «coabitazione» con le istituzioni, per usare un’espressione della Commissione parlamentare antimafia, ha preso il posto della contrapposizione frontale contro lo Stato. Cosa Nostra, la mafia siciliana, che dopo l’arresto di altri importanti latitanti, la comminazione di significative condanne e la confisca di una parte dei suoi beni, sembrava destinata al tramonto ha dimostrato invece di aver attutito il colpo e di essersi rigenerata. L’organizzazione mafiosa, cappeggiata da Provenzano, infatti, ha deciso di ridurre sensibilmente l’uso dei mitra e delle pistole ben consapevole che la violenza suscita allarme sociale e attira l’attenzione degli investigatori e che in Italia, lo stereotipo per il quale la mafia esiste soltanto quando spara, paga tuttora. Infatti, com’era già accaduto nel passato, dopo le manifestazioni della prima metà degli anni novanta la questione mafia, in particolare nell’ultimo quinquiennio, è sparita dall’agenda politica dei governi del Paese, è sparita dai grandi mezzi di informazione, ma questo non ha significato la sua reale scomparsa. Anzi, Cosa Nostra, approfittando di queste “distrazioni” nonché dell’allarme terrorismo post 11 settembre 2001, ha continuato a trafficare in droga, in armi, a infiltrarsi negli appalti pubblici, ad estorcere denaro a imprenditori e commercianti intimidendo, minacciando, avvalendosi della complicità dei cosiddetti «colletti bianchi» per fare affari e per riciclare grandi quantità di denaro sporco.
Da tempo le forze dell’ordine e la magistratura palermitana erano sulle tracce di Bernardo Provenzano, ma nonostante numerosi ed importanti sforzi investigativi che hanno portato all’arresto di persone a lui molto vicine, il capo di Cosa Nostra era sempre riuscito a fuggire. Quello che il regista Marco Amenta ha definito «Il fantasma di Corleone» ha potuto godere di importanti appoggi, non solo nella società corleonese ma altresì in quella che lo studioso Umberto Santino ha definito la «borghesia mafiosa» siciliana. A sostegno di questa tesi, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, qualche mese fa aveva pubblicamente affermato che la latitanza di Provenzano era coperta da rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, forze di polizia.
L’arresto di Provenzano nei dintorni di Corleone conferma una delle importanti intuizioni che costò la vita nel 1985 a Beppe Montana, capo della squadra catturandi della Questura di Palermo: i latitanti non fuggono dal loro territorio, ma permangono in esso, in quanto lo controllano e sanno molto bene che mediante la minaccia e l’elargizione di favori e denaro, possono godere di un elevato grado di omertà, quando non addirittura di un vero e proprio consenso sociale.
L’arresto di Bernardo Provenzano rappresenta sicuramente un duro colpo per la mafia siciliana. Tuttavia sarebbe un grave errore pensare che esso significhi la sconfitta di Cosa Nostra. Questo arresto, al contrario, deve essere l’occasione per rafforzare e dare maggiore continuità alla lotta alla mafia, per rispondere a precisi interrogativi e per riflettere su evidenti realtà. Gli interrogativi sono i seguenti: perché si è dovuto attendere quarant’anni per catturare Provenzano? Chi lo ha protetto in questo lungo arco temporale? Le realtà. La prima: l’arresto dimostra che la mafia non è né imprendibile, né imbattibile. La seconda: le nostre forze dell’ordine e la magistratura se supportati con risorse e strumenti adeguati sono in grado di ottenere risultati estremamente importanti. La terza: la sconfitta della mafia non può basarsi esclusivamente su una strategia repressiva delegata alle forze dell’ordine e alla magistratura. Per essere veramente efficace, la lotta alla mafia necessita contemporaneamente di essere supportata da un’azione preventiva basata su due versanti: il primo, quello educativo, intervenendo sulla mentalità delle persone, promuovendo percorsi che diffondano una cultura della legalità democratica; il secondo, incentivando la lotta all’illegalità, al lavoro nero per favorire lo sviluppo di una sana economia.
La lotta contro le organizzazioni mafiose ha bisogno dell’impegno di ciascun cittadino, giovane, adulto, anziano, che abbia a cuore i valori della Costituzione repubblicana, della legalità, della trasparenza e dell’onestà.

Una firma contro il traffico degli esseri umani

Una firma contro il traffico degli esseri umani

E’ stato lanciato, in occasione del Campo di formazione di Savignano sul Panaro del luglio 2004, un appello alle forze politiche affinchè l’Italia ratifichi al più presto la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e di due protocolli collegati contro il traffico degli esseri umani, presentati a Palermo nel dicembre del 2000.
Questo il testo dell’appello.

Una firma contro il traffico di esseri umani L’Italia è stata per molto tempo un paese di emigrazione. Soltanto verso la fine degli anni Ottanta la nostra penisola è diventata anche una terra d’immigrazione e molto spesso un passaggio obbligato per migliaia e migliaia di persone provenienti dal Sud del mondo e dall’Europa dell’Est, costrette a fuggire dai loro paesi a causa di drammatiche condizioni di povertà, guerre e persecuzioni.
Di fronte a questa domanda crescente di emigrazione, i paesi destinatari dei flussi migratori – in particolare quelli dell’Europa occidentale, Italia compresa, gli Stati Uniti e il Canada – hanno approvato leggi che hanno reso sempre più difficile per le persone migrare e soggiornare legalmente in territori diversi dai loro paesi d’origine. Queste leggi, invece di contenere i fenomeni d’immigrazione clandestina, hanno finito per alimentare, di fatto, i traffici di esseri umani, che rappresentano oggi una delle più lucrose attività criminali transnazionali. Lo sfruttamento dell’immigrazione illegale; la riduzione in schiavitù di donne da avviare alla prostituzione; la tratta di bambini, condannati all’accattonaggio o destinati ad alimentare il mercato della pedofilia; la diffusione del caporalato di lavoratori immigrati in edilizia e in agricoltura; persino il traffico illegale di organi consentono alle nuove mafie di accumulare e riciclare ingentissimi capitali.

Nel corso della XIII legislatura, il Parlamento italiano si è occupato dei traffici di esseri umani e delle diverse attività criminali connesse a questo fenomeno, in particolare attraverso il lavoro della Commissione Parlamentare antimafia. Sempre l’Italia è stata scelta dalle Nazioni Unite per la presentazione della Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e dei due protocolli collegati, uno relativo alla repressione del contrabbando di migranti e l’altro riguardante la tratta degli esseri umani. Con una decisione di grande valore simbolico, quella cerimonia avvenne a Palermo, nel dicembre del 2000.
La Convenzione e i due protocolli allegati sono entrati in vigore, tra il settembre 2003 e il gennaio 2004, grazie alla ratifica avvenuta da parte di oltre 40 Stati firmatari: esattamente 60 Stati per quanto riguarda la Convenzione, 46 per il protocollo contro la tratta di esseri umani e 41 per il Protocollo contro il contrabbando di migranti.

A tutt’oggi l’Italia non figura tra gli Stati che hanno ratificato questi importanti strumenti di lotta alle nuove mafie. Un’assenza paradossale, per la storia del nostro Paese e per il valore politico di quell’evento promosso dalle Nazioni Unite quattro anni fa, a Palermo.
È per queste ragioni che noi sottoscritti chiediamo ai rappresentanti delle forze politiche presenti in Parlamento, ai Presidenti del Senato e della Camera e al Governo un impegno concreto, ciascuno per le proprie competenze e responsabilità, affinchè l’Italia ratifichi quanto prima la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale e i due protocolli collegati contro il traffico di esseri umani.