Il ricordo della cattura di Provenzano

Per le forze dell’ordine era una “primula rossa”, per i picciotti di Cosa Nostra “u tratturi” (il trattore) o “zu Binu”. Per il suo avvocato, Salvatore Traina, era ormai un defunto. Inutile cercarlo, il boss era passato a miglior vita. Invece, l’importante arresto di ieri ha dimostrato che Bernardo Provenzano, ultrasettantenne, siciliano di Corleone, latitante da quarantatre anni, è vivo e vegeto. Provenzano ha raggiunto il vertice della mafia siciliana dopo l’arresto di Toto’ Riina, avvenuto a Palermo il 15 gennaio 1993. Il passaggio delle redini dell’organizzazione mafiosa nelle mani di Provenzano ha significato la transizione di Cosa Nostra da una strategia fondata sull’esercizio, anche eclatante, della violenza – le stragi siciliane del 1992 e quelle a Milano, Firenze e Roma del 1993 – ad una strategia definita dell’ «inabissamento». La conseguenza è stata che gli affari hanno preso il sopravvento sugli omicidi e la «coabitazione» con le istituzioni, per usare un’espressione della Commissione parlamentare antimafia, ha preso il posto della contrapposizione frontale contro lo Stato. Cosa Nostra, la mafia siciliana, che dopo l’arresto di altri importanti latitanti, la comminazione di significative condanne e la confisca di una parte dei suoi beni, sembrava destinata al tramonto ha dimostrato invece di aver attutito il colpo e di essersi rigenerata. L’organizzazione mafiosa, cappeggiata da Provenzano, infatti, ha deciso di ridurre sensibilmente l’uso dei mitra e delle pistole ben consapevole che la violenza suscita allarme sociale e attira l’attenzione degli investigatori e che in Italia, lo stereotipo per il quale la mafia esiste soltanto quando spara, paga tuttora. Infatti, com’era già accaduto nel passato, dopo le manifestazioni della prima metà degli anni novanta la questione mafia, in particolare nell’ultimo quinquiennio, è sparita dall’agenda politica dei governi del Paese, è sparita dai grandi mezzi di informazione, ma questo non ha significato la sua reale scomparsa. Anzi, Cosa Nostra, approfittando di queste “distrazioni” nonché dell’allarme terrorismo post 11 settembre 2001, ha continuato a trafficare in droga, in armi, a infiltrarsi negli appalti pubblici, ad estorcere denaro a imprenditori e commercianti intimidendo, minacciando, avvalendosi della complicità dei cosiddetti «colletti bianchi» per fare affari e per riciclare grandi quantità di denaro sporco.
Da tempo le forze dell’ordine e la magistratura palermitana erano sulle tracce di Bernardo Provenzano, ma nonostante numerosi ed importanti sforzi investigativi che hanno portato all’arresto di persone a lui molto vicine, il capo di Cosa Nostra era sempre riuscito a fuggire. Quello che il regista Marco Amenta ha definito «Il fantasma di Corleone» ha potuto godere di importanti appoggi, non solo nella società corleonese ma altresì in quella che lo studioso Umberto Santino ha definito la «borghesia mafiosa» siciliana. A sostegno di questa tesi, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, qualche mese fa aveva pubblicamente affermato che la latitanza di Provenzano era coperta da rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, forze di polizia.
L’arresto di Provenzano nei dintorni di Corleone conferma una delle importanti intuizioni che costò la vita nel 1985 a Beppe Montana, capo della squadra catturandi della Questura di Palermo: i latitanti non fuggono dal loro territorio, ma permangono in esso, in quanto lo controllano e sanno molto bene che mediante la minaccia e l’elargizione di favori e denaro, possono godere di un elevato grado di omertà, quando non addirittura di un vero e proprio consenso sociale.
L’arresto di Bernardo Provenzano rappresenta sicuramente un duro colpo per la mafia siciliana. Tuttavia sarebbe un grave errore pensare che esso significhi la sconfitta di Cosa Nostra. Questo arresto, al contrario, deve essere l’occasione per rafforzare e dare maggiore continuità alla lotta alla mafia, per rispondere a precisi interrogativi e per riflettere su evidenti realtà. Gli interrogativi sono i seguenti: perché si è dovuto attendere quarant’anni per catturare Provenzano? Chi lo ha protetto in questo lungo arco temporale? Le realtà. La prima: l’arresto dimostra che la mafia non è né imprendibile, né imbattibile. La seconda: le nostre forze dell’ordine e la magistratura se supportati con risorse e strumenti adeguati sono in grado di ottenere risultati estremamente importanti. La terza: la sconfitta della mafia non può basarsi esclusivamente su una strategia repressiva delegata alle forze dell’ordine e alla magistratura. Per essere veramente efficace, la lotta alla mafia necessita contemporaneamente di essere supportata da un’azione preventiva basata su due versanti: il primo, quello educativo, intervenendo sulla mentalità delle persone, promuovendo percorsi che diffondano una cultura della legalità democratica; il secondo, incentivando la lotta all’illegalità, al lavoro nero per favorire lo sviluppo di una sana economia.
La lotta contro le organizzazioni mafiose ha bisogno dell’impegno di ciascun cittadino, giovane, adulto, anziano, che abbia a cuore i valori della Costituzione repubblicana, della legalità, della trasparenza e dell’onestà.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *