La storia degli Hooligans

Gli anni ’60 segnano anche per il calcio, come per tutta la società, un momento di grandi cambiamenti. Nel 1961 Alan Hardaker, segretario della Football League, propone l’idea di una nuova competizione, la Coppa di Lega. Aperta ai 92 club della Lega, la prima edizione è vinta dall’Aston Villa (First Division), che nella doppia finale batte per 3-2 (dopo i tempi supplementari) il Rotherham (Second Division). Dopo le prime diffidenze dei grandi club, la Coppa di Lega si consolida e a partire dal 1967 la finale diventa unica e giocata a Wembley. Il decennio non ha un ‘padrone’, ma testimonia le imprese memorabili di diversi club. Il primo è il Tottenham, che sotto la guida di Bill Nicholson e Danny Blanchflower conquista nel 1961 il primo ‘Double’ (campionato e FA Cup) del XX secolo, emulando l’impresa di Preston (1889) e Aston Villa (1897). C’è poi il Manchester United, ricostruito da Matt Busby dopo la tragedia di Monaco: ispirato dal talento di George Best, conquista il titolo nel 1965 e 1967, prima di coronare nel 1968 il sogno europeo, con il trionfo in Coppa dei Campioni nella finale di Wembley. A Liverpool, intanto, Bill Shankly costruisce la squadra che dominerà gli anni ’70, inaugurando il ciclo con i titoli del 1964 e 1966. C’è infine il Leeds, che Don Revie ha resuscitato dai bassifondi della Division Two, portandolo in pochi anni ad imporsi fra le grandi del calcio europeo. Dopo la conquista di Coppa Uefa e Coppa di Lega nel 1968, arriva finalmente il titolo nel 1969, bissato da quello del 1974, ideale chiusura di un ciclo forse irripetibile. Il trionfo ai Mondiali del 1966 consegna alla leggenda un’intera generazione di calciatori inglesi, che insieme alla straordinaria fioritura di talenti dalle Home Countries contribuisce a consacrare un’epoca d’oro: Bobby Moore, Bobby e Jack Charlton, Geoff Hurst, Denis Law, George Best, Billy Bremner, Rodney Marsh, Jimmy Greaves sono solo alcuni degli indimenticati protagonisti dell’epoca. Professionisti finalmente riconosciuti anche a livello economico, con l’abolizione dell’anacronistico salario massimo di 20 sterline/settimana; nel 1965, poi, arriva anche l’introduzione delle sostituzioni, inizialmente limitate agli infortunati. Nel 1971 l’Arsenal emula l’impresa dei rivali cittadini degli Spurs e conquista l’accoppiata FA Cup-campionato. E’ tuttavia una gloria effimera, perché gli anni ’70 sono dominati da due grandi manager, Brian Clough e Bill Shankly. Il primo era stato un eccellente attaccante, realizzando 251 gol in 274 partite con Boro e Sunderland, prima che un infortunio ne stroncasse la carriera. Passato in panchina, aveva iniziato ad Hartlepool, prima di trasferirsi al Derby. E nel 1972 porta i Rams al titolo, nonostante i suoi frequenti atteggiamenti polemici nei confronti del ‘palazzo’. Dimessosi nel 1973 proprio a seguito dei continui scontri con la dirigenza del Derby, Clough si ‘ricostruirà’ a Nottingham, dove la partnership con il coach Peter Taylor porterà il Forest alla conquista del titolo e della Coppa di Lega nel 1978 e della Coppa dei Campioni e della Coppa di Lega l’anno successivo. A Liverpool, intanto, la guida di Shankly continua a produrre successi: ai titoli del 1973, 1976, 1977, 1979 e 1980 si aggiungono infatti la FA Cup del 1974 e la Coppa dei Campioni del 1977. Nel frattempo si consuma anche la transizione verso il nuovo manager, Bob Paisley, che riuscirà negli anni ’80 nell’impossibile impresa di fare meglio del suo predecessore.

Nonostante il breve exploit dell’Aston Villa (titolo nel 1981 e Coppa dei Campioni nel 1982), infatti, il Liverpool continua a dominare conquistando il titolo nel 1982, 1983, 1984 (così eguagliando il record di successi consecutivi di Huddersfield e Arsenal), 1986, 1988 e 1990 e la Coppa di Lega per quattro anni consecutivi. E questo nonostante il passaggio del testimone da Paisley a Fagan e poi a Dalglish, già leggenda sul campo e ora ‘enfant prodige’ della panchina. Ma proprio all’apice del dominio del Liverpool e più in generale del calcio inglese (con sette coppe dei Campioni vinte fra il 1975 e il 1984), l’esplosione della follia degli hooligans rischia di soffocare il movimento. La tragedia dell’ Heysel, quando 39 tifosi perdono la vita in occasione della finale di Coppa dei Campioni 1985 fra Juventus e Liverpool, porta al bando delle squadre inglesi dalle competizioni continentali. E’ un colpo duro, aggravato dall’impotenza di fronte al dilagare della violenza legata al calcio, che contribuisce alla massiccia fuga di capitali, spettatori e dei migliori talenti. E’ il momento più basso nella storia del calcio inglese, e solo una rivoluzione può salvarlo da una lenta agonia. La prima innovazione (in realtà varata già nel 1981) è l’introduzione dei tre punti per la vittoria come sistema per incentivare il gioco d’attacco. Nel 1987 viene poi varato il sistema dei play-off, finalizzato a tenere vivo l’interesse delle divisioni inferiori fino alla fine della stagione. Si assiste anche alla sperimentazione dei terreni di gioco artificiali (utilizzati da QPR, Luton, Preston e Oldham) e all’introduzione della promozione automatica dalla Conference (e dunque ammissione automatica alla Football League), innovazione che non manca di suscitare polemiche nel tradizionalista calcio d’oltremanica. Le tragedie di Hillsborough e Bradford impongono poi radicali interventi di ammodernamento di stadi spesso obsoleti e pericolosi verso un più moderno modello interamente dotato di posti a sedere. Posto un freno anche al fenomeno hooligans (grazie alle severissime leggi varate dai governi conservatori), all’inizio degli anni ’90 il definitivo rilancio del calcio inglese necessita dell’afflusso di nuovi capitali. I grandi club varano così il progetto di una ‘Super Lega’ gestita direttamente dalla FA, e nonostante la strenua resistenza della Football League, nel Settembre del 1991 nasce ufficialmente la Premier League. Ne faranno inizialmente parte i 22 club della First Division, che si dimettono dalla Lega per iscriversi alla nuova affiliazione. Il 1991-92 è l’ultima stagione in cui il titolo nazionale è attribuito dalla Football League: lo conquista il Leeds di Howard Wilkinson, che è anche l’ultimo manager inglese a riuscire nell’impresa, prima dell’avvento della dittatura franco-scozzese di Wenger e Ferguson. Il decennio che segue, infatti, è un monopolio pressoché assoluto del Manchester United, che vince otto titoli su undici. Il solo Arsenal di Wenger si oppone a questo dominio, conquistando il titolo nel 1998 e 2002. Del tutto eccezionale e di breve durata si rivela invece l’exploit del Blackburn di Alan Shearer, che nel 1995 vince la Premier League ma poi retrocede in Division One. La FA accetta di confermare il sistema di promozioni (e retrocessioni) video porno automatiche fra la Premier League e la Division One, riducendo peraltro a venti i club della massima divisione. Dal punto di vista economico la rivoluzione funziona: Sky e BBC, i due principali network televisivi britannici, concludono un accordo quinquennale (rinnovato proprio in questi giorni) di ben 304 milioni di sterline, apportando alla Premier League quei capitali che ne consentiranno il pieno rilancio alle porte del nuovo secolo. Le maggiori risorse finanziarie a disposizione dei grandi club consentono di attrarre nuovamente i migliori talenti e manager del mondo, favorendo anche l’apertura del calcio inglese ad un approccio più moderno e sofisticato (anche se non sempre migliore), tipico dei movimenti continentali. La Football League, nel frattempo, molto meno ricca e ‘scintillante’, si trasforma per molti in un Purgatorio sulla via della promessa terra della Premier League; è forse per questo che le finali dei play-off si trasformano spesso in battaglie indimenticabili (si veda anche l’articolo La storia dei play-off), come il successo ai rigori del Charlton sul Sunderland dopo il 4-4 dei supplementari (1998), la rimonta all’ultimo respiro del Bolton sul Reading (1995) o quella del Manchester City sul Gillingham (1999) dopo essersi trovato 0-2 a cinque minuti dal termine. Un equilibrio confermato anche nell’altra competizione gestita dalla Lega, la Coppa di Lega appunto. Soprattutto nelle ultime stagioni, il pubblico dimostra di apprezzare un trofeo spesso considerato il ‘fratello povero’ della FA Cup, ma ora ambito dai grandi club. Paradigmatica, in tal senso, la finale 2003, dove Liverpool e Manchester United, le due storiche ‘grandi’ d’Inghilterra, si sono sfidate davanti ad un Millenium Stadium completamente esaurito e con una copertura televisiva inedita. Fuori dal campo le cose non vanno altrettanto bene, con il crack del colosso televisivo ITV che provoca drammatici buchi nei bilanci di molti club. Nel più generalizzato fenomeno di ridimensionamento dei costi del calcio, il crack-ITV è una ulteriore minaccia alla sopravvivenza stessa di molte società, oggi di fronte alla sfida più difficile della loro spesso ultracentenaria storia.

LA STORIA DEGLI ULTRAS ANNI ’50

E’ dall’inizio degli anni cinquanta che i tifosi di tutte le squadre hanno cominciato ad organizpropria in trasferta, a promuovere ogni sorta di iniziative, da quelle celebrative a quelle coreografiche, zarsi in club, a seguire sempre più numerosi la seppure ancora pionieristico e rudimentale.
Già all’epoca delle Olimpiadi nell’antica Grecia esisteva la pratica del tifo anche se mancano testimonianze scritte e con il passare del tempo è cambiato il modo di sostenere i “colori” della squadra amata, lasciando immutata il concetto di “animazione”, con la voce, le bandiere, gli striscioni.
Con l’esplosione del fenomeno calcistico in Italia nel periodo successivo al dopoguerra, i club organizzati dei tifosi si diffondono e moltiplicano rapidamente. Negli anni ’60 si formano le prime vere strutture associative di tifosi, denominate “centri di coordinamento”. Inoltre nascono dei club che coagulano tifosi più accesi e attivamente organizzati, come i “Fedelissimi”, dicitura mutuata da innumerevoli tifoserie.
Fu il mago Helenio Herrera, allenatore della grande squadra nero-azzurra, a dare impulso alla creazione di un coordinamento che fungesse da riferimento per la numerosa tifoseria interista. La storia del tifo organizzato in Italia inizia in questo modo: “Presidente Moratti, non comprendo perché non abbiamo tifosi quando giochiamo in trasferta” chiese il tecnico argentino.
Da questa idea prendeva forma il primo gruppo di tifosi, i “Moschettieri nero-azzurri”, disposti a seguire gran parte delle trasferte, pagando lo scotto di costosi sacrifici. Da allora sono passati quarant’anni ed il tifo organizzato è divenuto uno dei principali fenomeni di aggregazione sociale.

ANNI ’70: LA NASCITA DEGLI ULTRAS
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta nascono in Italia i primi nuclei di ultrà , gruppi di sostenitori fra i 15 e i 20 anni che si distaccano nettamente dal modello “classico”, adulto, dello spettatore calcistico. Raccolti nei settori popolari degli stadi, dove le società stimolano l’afflusso giovanile tramite speciali campagne di abbonamenti a prezzo ridotto, gli ultrà manifestano immediatamente una serie di caratteristiche che li rende un fenomeno originale nel calcio italiano: dal senso di identificazione con il proprio “territorio”, ovvero quel settore di curva delimitato da uno o più striscioni con il nome e il simbolo del gruppo, a un look paramilitare ripreso da quello in voga nelle organizzazioni politiche estremiste: eskimo, anfibi, tute mimetiche e giacconi militari ricoperti di “toppe” della propria squadra, a cui si aggiunge la sciarpa con i colori sociali della squadra.

Ma gli ultrà si distinguono soprattutto per l’adozione di elementi del tutto innovativi nel modo di sostenere la squadra e, più in generale, di assistere alla partita. Dalle “torcidas” brasiliane viene ripreso l’uso di trombe e tamburi; dalle tifoserie inglesi la “sciarpata” (le sciarpe vengono alzate e distese dai tifosi, dando l’effetto ottico delle onde del mare) e l’accompagnamento corale delle azioni di gioco. fino ad assumere un carattere ossessivo volto a incoraggiare i propri beniamini e a frastornare e intimidire i giocatori avversari.
Il tifo viene dunque considerato parte della strategia e della tattica adottate per vincere un incontro: diviene il cosiddetto “dodicesimo giocatore”. Si diffonde inoltre l’uso di articoli pirotecnici (fuochi a mano per segnalazioni marittime, candelotti fumogeni, razzi e bengala a luce colorata), destinati a dare un tocco di vivacità supplementare alle gradinate. Subentra così per la prima volta il concetto di “coreografia della curva”, una pratica del tutto originale che si evolverà di pari passo con il grado di organizzazione dei gruppi ultrà.La coreografia diviene il marchio dello stile italiano. Spettacoli e scenografie su vasta scala, di grande impatto, fantasmagoriche, enormi, multicromatiche. E’ la fantasia, tutta italiana, al potere. Dal sipario della Gradinata Nord di Genova che ha scomodato persino il quotidiano francese “Le Monde” alla curva Fiesole di Firenze che disegna i contorni dei monumenti fiorentini rifacendosi alla pianta topografica originaria. Il gruppo ultrà più antico è la Fossa dei Leoni del Milan, fondato nel 1968, che adotta il nome del vecchio campo d’allenamento dei rossoneri e trova posto nel settore dei popolari alla Rampa 17 (rettilineo centrale).

Anche già nel 1951 a Torino era sorto il club dei “Fedelissimi Granata” che ancora oggi è presente nello schieramento dei gruppi della curva Maratona. Nel 1969 nascono anche gli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria (primi a usare la denominazione “Ultras”) e, subito dopo, i Boys dell’Inter. Con gli anni Settanta si assiste a un processo di aggregazione degli innumerevoli microgruppi giovanili che popolano ormai le curve delle squadre maggiori: nascono le Brigate Gialloblu del Verona e, dal nome della piazza in cui si radunano, il Viola Club Vieusseux della Fiorentina (1971); gli Ultrà del Napoli (1972); le Brigate Rossonere del Milan, la Fossa dei Grifoni del Genoa e gli Ultrà Granata del Torino (1973); i Forever Ultrà del Bologna (1974); i Fighters della Juventus (1975); le Brigate Neroazzurre dell’Atalanta e i Rangers Empoli(1976); gli Eagles’ Supporters della Lazio e il Commando Ultrà Curva Sud della Roma (1977). Come si può notare anche solo dalle maggiori tifoserie, la diffusione del movimento è maggiore nell’Italia settentrionale. Se si escludono Napoli, Bari, Cagliari e Catanzaro, negli anni Settanta non esistono altre città del Sud in cui gli ultrà costituiscano un’entità davvero apprezzabile (a Palermo, Catania, Taranto, Foggia o Cosenza il movimento prenderà piede in misura sensibile solo negli anni Ottanta).

Alcuni si distaccano da club di tifosi già esistenti, sia per la diversa mentalità di fondo che per dissidi interni (i Boys prendono origine dall’Inter Club Fossati, mentre gli Ultrà Granata si scindono dal Club Fedelissimi; altri provengono da gruppetti durati pochi mesi e poi sciolti o riunificati (i Forever Ultrà del Bologna sono gli eredi delle Brigate Rossoblu; i Fighters lo sono dei Panthers Juve; il Commando Ultrà Curva Sud nasce dalla fusione di Boys, Guerriglieri Giallorossi, Fossa dei Lupi, Brigate Giallorosse e Pantere). Alla base di alcuni gruppi vi è la provenienza da una determinata area urbana (il nucleo originario degli ultrà sampdoriani viene dal quartiere di Sestri Ponente) o da un gruppo di coetanei che ha come luogo di ritrovo un bar, una scuola o una sala-giochi. Parecchi giovani, infine, risultano già aggregati in gruppi e movimenti politici.

E sono proprio alcune caratteristiche dei gruppi politici estremisti, quali il senso di coesione e di cameratismo, la sfida all’autorità costituita, il senso di conflittualità, a dare sostanza ai gruppi ultrà che in breve tempo riescono a radunare decine e decine di giovani. Un altro aspetto peculiare degli ultrà è il forte senso di territorialità. Le curve, infatti, vengono a poco a poco abbandonate dai club dei tifosi cosiddetti “normali”, che trasferiscono altrove i propri vessilli per lasciare spazio agli striscioni ultrà.Su queste nuove insegne campeggiano per lo più le teste di belve feroci (leoni, pantere e tigri in particolare), l’immancabile teschio bendato con le tibie incrociate (Jolly Rogers, emblema della pirateria), armi o elementi che richiamano comunque la violenza (il viso del Piccolo Alex, protagonista del film di Stanley Kubrick “Arancia meccanica”). I simboli politici veri e propri (bandiere con croci celtiche, immagini di Che Guevara) o i “bambulè” inneggianti alla marijuana fanno solo timide comparse, almeno nei primi anni del movimento. Le attività di gruppo, nei primi anni, vengono comunque finanziate quasi sempre da collette o autotassazioni e ogni membro ha dei compiti ben precisi: dall’organizzazione delle trasferte al seguito della squadra all’acquisto di stoffa, pelli per tamburi, aste da bandiera e barattoli di vernice. La spontaneità del precedente modo di tifare annega in questo senso di partecipazione collettiva all’evento sportivo, differenziandosi da quel modello inglese in cui la coesione del gruppo si registra soltanto nel momento dello scontro fisico, mentre l’incitamento – pur eseguendo i rituali inni di vittoria o di offesa ai rivali – non registra un livello di organizzazione altrettanto sofisticato.

Con l’avvento degli ultrà, anche le intemperanze del pubblico cambiano completamente aspetto. Pur resistendo nei primi anni del decennio, a partire all’incirca dal 1974 comportamenti quali l’invasione di campo (o la caccia all’arbitro) tendono a diminuire, mentre si moltiplicano gli scontri fra i giovani delle fazioni opposte. E’ il caso dei match Torino-Sampdoria e Roma-Lazio del marzo ’74: inizialmente gli spettatori iniziano a lanciare ogni sorta d’oggetto in campo, quindi scoppiano violente risse tra gruppi contrapposti di tifosi, che obbligano la polizia a intervenire con un fitto lancio di lacrimogeni sugli spalti. Gli incidenti si spostano quindi fuori dallo stadio, acquisendo le sembianze di una vera e propria guerriglia urbana: autobus distrutti, macchine ribaltate, ecc. Molti di questi disordini affondano le loro radici nelle rivalità tradizionali (i derby fra squadre della stessa città o le partite in cui rivivono antichi dissapori di campanile), altri dipendono dalle colorazioni politiche delle tifoserie (ad esempio la storica rivalità tra Red-White Panthers del Vicenza, di sinistra, e le fascistoidi Brigate Gialloblu di Verona).

La violenza rimane comunque circoscritta entro un ambito territoriale limitato, ossia lo stadio e le sue più immediate adiacenze. Gli scontri più duri avvengono infatti sugli spalti, anche perché non vi è ancora soluzione di continuità fra il settore riservato agli ospiti e il resto della folla. Anche in Italia compare il gioco inglese dello “holding the end” (occupa la curva): se la tifoseria ospite è numerosa e compatta, può tentare d’impossessarsi del territorio altrui invadendo il settore di stadio riservato agli ultrà locali e rubando bandiere e striscioni, che si trasformano in trofei di guerra. Non mancano, infine, i tafferugli fra gli ultrà e il pubblico comune, dovuti quasi sempre a motivi di visibilità del gioco. I giovani assistono alla partita rigorosamente in piedi; gli spettatori più anziani, abituati a sedersi sulle gradinate, mal si adattano a questo cambiamento tanto drastico. I primi episodi di reale gravità non tardano purtroppo a manifestarsi. (un accoltellamento a Lazio-Napoli, la scena si ripete nel 1975 durante Milan-Juventus. Nel 1977, durante Atalanta-Torino, gli ultrà si scontrano a colpi di spranghe di ferro, e per Inter-Milan si assiste a uno scontro al coltello tra Boys interisti e Brigate Rossonere.

L’anno successivo, a Vicenza-Verona, le due tifoserie si affrontano in maniera altrettanto violenta, lasciando sul campo diversi feriti). Il 28 ottobre 1979, durante il derby di Roma, un tifoso laziale, Vincenzo Paparelli, viene raggiunto alla testa da un razzo sparato da un Fedayn romanista della curva sud, morendo in pochi minuti.

Nella stessa domenica si verificano gravi incidenti ad Ascoli (Ascoli-Bologna, 7 feriti), Milano (Inter-Milan, 18 feriti) e Brescia (Brescia-Como, diversi feriti). La tragedia dell’Olimpico, aggravata dal clima di violenza che si manifesta contemporaneamente in molti altri stadi, scuote l’opinione pubblica.
Per la prima volta anche in Italia il fenomeno della violenza calcistica diviene al centro dell’attenzione della stampa e delle istituzioni. Vengono prese drastiche misure repressive: per alcuni mesi viene proibito l’ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino striscioni dai nomi bellicosi.

 

ANNI ’80

In questo decennio assistiamo a un progressivo e costante ingrandimento dei gruppi ultrà,le cui file sono ormai composte non più da decine, ma da centinaia – e in alcuni casi anche migliaia – di aderenti. Dal Nord e dal Centro Italia il fenomeno si sposta anche nel meridione, mentre in altre città i gruppi già esistenti si rafforzano ulteriormente.

Il tifo ultrà arriva anche nelle categorie minori, ed entro la fine del decennio non c’è squadra, dalla serie A alla C/2, che non venga seguita da più o meno numerose frange giovanili organizzate. Questo moltiplicarsi dei gruppi porta, quasi necessariamente, alla nascita di una complessa rete di amicizie e di rivalità.
Fra le coalizioni più solide di questo periodo, ricordiamo Roma- Atalanta-Juventus, Sampdoria-Fiorentina-Inter, Lazio-Bari-Torino, Milan-Genoa-Bologna, ed è curioso notare come oggi questi rapporti, un tempo cordiali, si siano in gran parte deteriorati e siano stati sostituiti da altre alleanze, trasformandosi talora in feroci rivalità.In alcuni casi, peraltro piuttosto rari, si è anche verificato il contrario.
Oggi, infatti, per fare un esempio si registrano buoni rapporti fra gli ultrà di Verona e quelli dell’Inter. In ogni caso, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta si assiste a un deciso incremento degli incidenti tra ultrà contrapposti lontano dagli stadi: vengono investiti, come nel modello inglese, i centri delle cittadine, le stazioni e le vetture ferroviarie, i percorsi della metropolitana.

Il 1982 passa alla storia per il trionfo italiano ai campionati mondiali di calcio disputati in Spagna. La finale si gioca contro la Germania Ovest, a Madrid, davanti a oltre 100 mila spettatori, in larghissima maggioranza italiani. Numerosi sono gli striscioni dei gruppi ultrà,ma questo rimane l’unico vero momento aggregativo a livello nazionale, un caso pressoché unico in Europa se si considera quanto caratterizza le scene britanniche, tedesche e olandesi. Le ragioni di questa divisione insanabile tra gli ultrà italiani, che non riesce a ricomporsi nel tifo per la nazionale, sono probabilmente da ricercarsi nelle rivalità campanilistiche radicate fra alcune nostre città.

L’immagine degli ultrà italiani si propone come modello continentale, dando il via a un movimento che toccherà l’Europa intera. Gli ultrà latini, pur ammettendo le influenze inglesi, si considerano superiori agli hooligans nordici sia nel tifo che nella “forza d’urto”. Negli anni Ottanta le squadre godono poi di un seguito assai più ampio e costante rispetto al passato.
La trasferta diviene un momento fondamentale nella vita di un ultrà, a cui partecipano solo i tifosi più fedeli e incuranti del pericolo che essa può comportare. Andare in trasferta diviene un modo per selezionare il gruppo e scoprire quanto ognuno si senta attaccato ai suoi compagni. Presentarsi in alcuni stadi “caldi” è un’esclusiva di pochi; farlo senza portare il proprio striscione è considerato un disonore, un sintomo di timore, “cos” come rubare le insegne dei tifosi ospiti rappresenta la vittoria suprema per il gruppo che difende il proprio territorio.
L’aumento del pubblico in trasferta corrisponde a un notevole sforzo organizzativo per le Ferrovie dello Stato, che destinano convogli straordinari agli sportivi per non intasare ogni domenica i già affollati treni di linea:sono i cosiddetti “treni speciali”.

Gli spettacoli organizzati dagli ultrà coinvolgono intere gradinate, migliaia di persone. Acquistare migliaia di palloncini o di pon-pon colorati costa milioni, ma la gara dell’originalità è accesissima. Mentre gli ultrà sampdoriani allestiscono una bandiera di 90 metri per 32, quelli della Roma distribuiscono al pubblico 10 mila cartoncini gialli e rossi; i tifosi del Torino coprono la curva Maratona di strisce di stoffa bianche e granata, e quelli del Napoli lanciano in campo migliaia di rotoli di carta igienica.
Gli introiti provenienti dalla vendita di adesivi e magliette non bastano più, per cui alcuni gruppi chiedono aiuto alle loro società calcistiche, sebbene nessuno lo ammetta apertamente. Altri ricorrono a degli sponsor esterni (il bandierone delle Brigate Gialloblu di Verona porta il nome della Canon, quello dei Boys interisti reclamizza le borse Cattel, ecc.). Di pari passo con le note di colore, anche la cronaca nera deve occuparsi di quanto accade negli stadi.

Si diffonde l’uso delle armi da taglio, soprattutto a Milano e a Roma, mentre gli ultrà atalantini diventano famosi per essere molto turbolenti, ma pronti a usare solo pugni e calci. I disordini si moltiplicano anche nei piccoli centri, dove le rivalità nascono spesso solo per emulare i gruppi più famosi e guadagnare considerazione. Nel febbraio ’84, la partita di Coppa Italia fra Triestina e Udinese si conclude con gravi scontri; un giovane triestino, Stefano Furlan, viene ripetutamente colpito al capo dalle manganellate degli agenti, entrando in coma e morendo il giorno successivo. Otto mesi più tardi, al termine di Milan-Cremonese, viene accoltellato a morte Marco Fonghessi. L’assassino, Giovanni Centrone, è poco più che maggiorenne.

Il collegamento fra ultrà e politica sembra invece, nei primi anni Ottanta, affievolirsi. Il riflusso nel privato che pervade le fasce giovanili tende a manifestarsi anche negli stadi. I gemellaggi fra tifoserie orientate in senso opposto (Fiorentina-Verona, Udinese-Bologna, ecc.) testimoniano ulteriormente quanto le amicizie fra ultrà siano ormai assolutamente indipendenti da fattori politici. In questo periodo, piuttosto, si segnala un aumento nell’uso delle sostanze stupefacenti dentro gli stadi. Mentre i tossicomani abituali, frequenti negli anni Settanta, spariscono dalle curve a causa delle perquisizioni sempre più severe, i fumatori di cannabis si moltiplicano in numero impressionante.

La stessa simbologia ultrà viene radicalmente trasformata e le immagini della foglia di marijuana o il bambulè compaiono su decine e decine di striscioni. Quando a Cosenza nascono i Nuclei Sconvolti, il loro nome riscuote un incredibile successo in tutta Italia e molti altri gruppi lo adottano.
A metà degli anni Ottanta il movimento ultrà italiano può dirsi dunque sulla cresta dell’onda. I gruppi contano su moltissimi aderenti (la Fossa dei Leoni del Milan, ad esempio, registrerà nella stagione 1987-88 quindicimila iscritti), hanno rapporti più o meno stabili con le società sportive, ognuno di essi è strutturato secondo scale gerarchiche e organizzative e dalle curve scompaiono i club dei semplici spettatori.
Alcuni gruppi, come il Commando Ultrà Curva B di Napoli, hanno un’impostazione su canoni manageriali (soci archiviati in una banca-dati, una rivista organica al gruppo, un tv e un leader, Gennaro Montuori “Palummella”, con agganci politici importanti e in odore di entrare nella dirigenza partenopea, al punto da far coniare l’espressione “professione ultrà.Diversi gruppi ultrà entrano poi in conflitto con quegli enti – centri di coordinamento, o federazioni dei club – accusati di vivere alle spalle delle società calcistiche senza dare un sostegno attivo al tifo. Per sfottere, sbeffeggiare e innervosire, perfino umiliare il nemico, si inventano slogan, striscioni ironici e invettivi, cori offensivi.
La gamma è infinita e molti suscitano ilarità . Un esempio? Como-Fiorentina, i tifosi fiorentini espongono lo striscione “Voi comaschi noi con le femmine”.

 

I GRANDI CAMBIAMENTI DEL TIFO ORGANIZZATO

Negli anni Novanta il mondo ultrà è travolto da profondi cambiamenti e da una crisi di identità . Molti dei valori fondanti che stavano alla base dell’essere ultras negli anni passati sono sentiti in maniera diversa, più debole, dalle nuove generazioni.
Questo perché l’essere ultras diventa un fenomeno di “moda”. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella di un movimento ultras che, senza raggiungere ancora una piena unità d’intenti essendo invalicabili alcuni steccati di rivalità campanilistica e ideologia politica, si rende consapevole delle necessità di reagire per sopravvivere.

Dopo trent’anni di storia gli ultrà sono parte integrante del sistema calcistico, sono insostituibili e influenti, determinanti perfino nelle strategie societarie, nelle cacciata di allenatori o nell’acquisto di calciatori. I capi-ultrà,diventano dei personaggi famosi, gli ultrà sono nel mirino, nel bene e nel male, coreografie da mille e notte, canti dello stadio ripresi da trasmissioni nazionalpopolari o nei cortei di propaganda elettorale. La seconda metà degli anni ’90 è segnata fatalmente dall’uccisione del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo nel gennaio del 1995.

Questo episodio devastante mette a repentaglio la vita stessa del movimento ultras, già profondamente colpito da un lento ricambio generazionale, dal frazionamento delle curve in tante piccole “schegge”, acuito dallo scompiglio portato negli stadi dai “cani sciolti”, cioè¨ tifosi allo sbando, e dalla crisi di identità che si aggrava con lo scioglimento di alcuni grandi gruppi ultrà che fino a quel momento rappresentavano un punto di riferimento per le rispettive tifoserie che si trovano smarrite e disorientate.

Dal raduno ultrà di Genova, in occasione del quale i campionati di calcio si fermano, scaturisce un comunicato scarno e crudo, ispirato dagli ultrà bergamaschi e dalla loro mentalità ruvida e conservatrice, dal titolo “basta lame, basta infami”. Una regola che avrebbe dovuto cambiare le “modalità ” dello scontro tra i gruppi, ma che negli anni successivi saranno raramente osservate dalla nuova generazione, più sbandata e poco incline a sottostare a gerarchie e codici di comportamenti, anche etici, che si erano consolidati nei gruppi ultras sino agli inizi degli anni ’90.

Comportamenti non codificati che avevano evitato conseguenze gravi in un mondo, quello del calcio, che sposta centinaia di persone e forti interessi economici.La continuazione dei raduni ha tuttavia segnato una presa di coscienza del pericolo di una concreta estinzione, o quantomeno di un ridimensionamento, dipeso dall’inasprirsi della violenza negli stadi, dalla conflittualità con le forze dell’ordine, da innovazioni epocali come quella della pay-tv e da una serie di disposizioni restrittive (su tutte il provvedimento di interdizione dagli stadi, la diffida o il divieto di vendere biglietti ai botteghini per i tifosi in trasferta).

In precedenza alcuni gruppi storici come le Brigate Gialloblù del Verona e la Fossa dei Grifoni del Genoa si sono sciolti (“non ci rispecchiano più nelle nuove leve di ultrà” affermano quest’ultimi nel comunicato, una vera e propria rottura generazionale) innescando un periodo di appannamento che si è protratto fino a quest’ultimi anni che hanno visto lo scioglimento anche del CUCS e l’abdicazione dei Viking-Nab e l’assorbimento di tutti i gruppi della Sud di Torino operata dal gruppo dei “Fighters 1977 Black & White”.
L’overdose del calcio, gli stravolgimenti dei calendari sempre più frammentati, gli anticipi e i posticipi, il declino dello strapotere di molti club che avevano proliferato a partire dagli anni ’60 e il calo di presenze negli stadi (specie in trasferta), in gran parte dovuto agli effetti di risucchio e snaturamento provocati dalla tv criptata, cioè da un calcio d’elite e non più popolare hanno dato vita ad una strisciante e incisiva rivoluzione, le cui conseguenze sono ancora tutte da interpretare. Anche se i riflessi sono già evidenti, in prevalenza negativi per un fenomeno, quello ultrà, caratterizzato da un forte senso di militanza e identificazione. Il gruppo degli “ASR Ultras” diffonde sul proprio web un manifesto contro il “calcio moderno”, riscontrando le adesioni di molti tifosi.

Le nuove generazioni calciofile sono “teledipendenti” e parecchie curve si sono date una struttura manageriale per stare al passo con i tempi, con la metamorfosi del gruppo ultrà d’azione come era nell’iconografia anni ’70 ad una sorta di nuovo club (sede, materiale ultrà ricercato e curato seguendo i dettami modaioli, allargamento degli orizzonti al semplice tifoso) contravvenendo a molti di quei principi che sono stati per due decenni alla base della tanto sbandierata “mentalità ultras”. Le coreografie su vasta scala, sempre più costose, sbalorditive, originali, diventato l’attrattiva di ogni partita-evento. Gli ultrà non possono deludere le aspettative che ruotano intorno ad un derby o ad un match di cartello, dove uno spettacolo scenografico della curva non può e non deve mancare mai.

Il fenomeno delle “megacoreografie”, imitato nel resto dei paesi europei, per i quali il tifo italiano è un modello-scuola, dilaga e con sé ha annessa la diffusione di aziende e negozi specializzati sia nella produzione e vendita di materiale e oggettistica da stadio che nella fornitura di materiale coreografico. Scenografie sontuose, spettacolari e assai costose che nelle maggiori curve italiane hanno in parte soppiantato le coreografie incentrate su coriandoli e fumogeni degli anni precedenti. Ma negli anni ’90 c’è stata un’altra importante inversione di tendenza per quanto riguarda soprattutto le mode da stadio e l’aspetto esteriore delle curve. Nel 1991, in seguito allo scioglimento delle Brigate Gialloblù di Verona, fautori di uno stile di tifo di stampo britannico, molte curve ripongono lo striscione, sostituendolo con tanti stendardi a “due aste”.

Nasce una contrapposizione, per lo più a livello teorico, tra lo schieramento dei tradizionalisti, talvolta nazionalisti, fautori del modello classico all’italiana (i baresi espongono uno striscione “Stampo Italiano”), e i simpatizzanti del modello all’inglese, tutto battimani e stendardi. Gli ultrà romanisti prendendo in giro la curva laziale che aveva scelto questa linea estetica, risponde con un pungente “levate quegli stracci che sò asciutti”. Adesso ma maggioranza segue un’impostazione “mista”, una via di mezzo tra il modello italiano (organizzazione del gruppo, identità, coreografie permanenti) e il modello inglese (cori spontanei, stendardi, trasferte con il treno ordinario).

Sul piano delle relazioni tra gruppi ultras si registra una crisi dei gemellaggi. Molti rapporti di amicizia consolidati da tempo si incrinano fino ad arrivare a delle vere e proprie rotture. Una crisi, però solo apparente, come confermato dal fatto che sono rimasti in piedi gemellaggi storici, come quello tra Genoa e Torino oppure Reggina e Bari. Del resto il ricambio avvenuto nelle curve ha indotto a preferire una relazione più flebile e autentica, senza mettere a repentaglio il gemellaggio per colpa di gesti sconsiderati di tifosi isolati.

Contro la repressione e il controverso tema delle diffide (oltre 1700 i tifosi diffidati) gli ultras si fanno sentire, attraverso le fanzine, giornalini autoprodotti con un taglio anticonformista che si diffondono in tutte le curve, e anche internet (ormai centinaia di gruppi, piccoli e grandi, hanno la loro pagina web con la quale si raccontano e informano gli iscritti, senza filtri esterni). Non c’è ancora un “fronte comune” contro le problematiche, ma ci sono segnali di unità da parte del più longevo dei movimenti di aggregazione giovanile (oltre trent’anni). Una tribù che vanta centinaia di seguaci, alla ricerca di una “via alternativa” per sopravvivere ai cambiamenti del nuovo millennio.

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