Testimoniare per la giustizia?

Per un pelo durante l’estate non sono stato coinvolto in un tentato omicidio. Per mia fortuna ho deciso all’ultimo momento di rinunciare ad un caffè che mi sarebbe rimasto sullo stomaco. In una ridente cittadina italiana, un giovane col casco (dicono le cronache: l’unico giovane col casco in tutta la ridente cittadina) è entrato nel bar principale e ha sparato due colpi nello stomaco alla proprietaria, che stava dietro il bancone. La lezione è stata impartita il giorno dopo una retata che aveva portato in galera diciotto appartenenti al racket locale delle estorsioni. Dicono le cronache che i parenti della signora gravemente ferita sarebbero stati tra quelli che avevano denunciato gli estorsionisti.

Il problema dei costi di una collaborazione con la giustizia, in termini di rischio, di tempo, di pazienza, di salute è ben noto a quelli che hanno fatto esperienza direttamente. Beato chi non c’è passato di persona: non sa cosa si è perduto.

C’è una tipologia che compendia il problema nella sua quintessenziale drammaticità: quelle persone che si sono trovate casualmente ad essere testimoni di un grave fatto di sangue e che hanno avuto il coraggio civile di testimoniare. Queste persone non sono molte, come sappiamo per conoscenza quasi quotidiana: se c’è di mezzo la criminalità organizzata, il più efferato delitto spesso può avvenire a faccia scoperta, in pieno sole. Raramente qualcuno testimonia. Perché raramente? Per quello che gli succede dopo.

Un precedente importante in materia è la storia di P.N., il commerciante lombardo che nel 21 settembre 1990 fu testimone oculare dell’esecuzione del giudice R.L. e che non si ritrasse davanti al processo. Anche se la sua vita ne uscì distrutta. Sulla sua vicenda allucinante fu scritto un bel libro di Pietro Calderoni, L’avventura di un uomo tranquillo. Storia vera di Pietro Nava, supertestimone di un delitto di mafia, edito da Rizzoli, e fu girato un film nel 1997, Testimone a rischio, diretto da P.P, prodotto da M.V., interpretato da Fabrizio Bentivoglio, Claudio Amendola, Margherita Buy. La storia di P.N. sembrava un incubo, ma, si diceva, guarda chi erano all’epoca Presidente della Repubblica, Presidente del consiglio, Ministro degli interni: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Antonio Gava…

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. La situazione è peggiorata. Avevamo poca conoscenza obiettiva in merito a quel che accade ai testimoni di giustizia in episodi connessi alla criminalità organizzata. Ma ora ne sappiamo di più, e sappiamo innanzitutto che il vaso si è colmato: i testimoni di giustizia sono i primi a sperimentare sulla loro pelle quell’insieme di inettitudine, di ignoranza, di barbarie, di irresponsabilità che spesso caratterizza il funzionamento del nostro sistema. In proposito c’erano finora conoscenze sommarie, e si pensava che l’inefficienza riguardasse casi isolati. Si è scoperto invece da poco che l’inefficienza riguarda sistematicamente (anche se in forme che variano da caso a caso) tutti i testimoni di giustizia, che tanto per cominciare sono sempre stati assistiti dalle stesse strutture che gestiscono i cosiddetti pentiti, mentre ovviamente esiste una differenza abissale tra chi dice di essersi pentito di aver commesso un delitto e chi non ha commesso alcun delitto, anzi ha offerto alla giustizia la propria determinante partecipazione, mostrando uno spirito civico esemplare.

Il problema è veramente grave: da destra e da sinistra osservatori imparziali hanno sottolineato l’esistenza di una situazione insopportabile, in termini ancora più pesanti di quanto non si stia facendo in queste righe. Il settimanale L’Espresso ha dedicato un servizio all’argomento; il magistrato A.M. ha scritto un illuminante libretto: Testimoni a perdere, Editore Manni, lire 18.000; una trasmissione televisiva della rete pubblica ha documentato alcuni casi particolarmente abnormi e ha chiamato a commentarli imbarazzatissimi luminari, che non hanno potuto smentire l’evidenza.

Per far capire meglio di che cosa stiamo ragionando, è meglio lasciare la parola a due di questi testimoni di giustizia, citando alcuni brani dalle lettere che hanno scritto alla Commissione antimafia: “Mi chiamo M. N.: il sottoscritto è stato decisivo per la condanna all’ergastolo del killer dell’imprenditore G.P e dell’intera banda composta da altri 47 criminali che furono condannati ad un totale di 413 anni. Io e altri come me abbiamo letteralmente sacrificato le nostre vite per quello stesso Stato che in seguito ci ha privato della nostra dignità, del nostro nome, della nostra terra, in pratica della nostra esistenza. Lo Stato dopo essersi avvalso delle nostre testimonianze ci ha abbandonato al nostro destino e alla completa mercè dei mafiosi che, quando vorranno, potranno colpirci indisturbati….”

“Mi chiamo G. C. e con mia moglie A. M. ho testimoniato facendo condannare all’ergastolo un capocosca di camorra, G.S., che il 15 ottobre 1990 uccise in un agguato, a Licola, vicino a Napoli, i fratelli Pizzo. Passavamo per caso e, benché fossero presenti molte persone, fummo gli unici testimoni. La condanna fu confermata in appello nel febbraio del ’94. Sino al mese prima fummo lasciati in balia dei camorristi che ci chiedevano invano di ritrattare: minacciati, danneggiati, inseguiti, spiati, uccisero il nostro cane e poggiarono una corona da morto al cancello della nostra villetta. Mandammo in galera anche alcuni fiancheggiatori (uno di essi patteggiò e ancora oggi fa il vigile urbano). Il 28 gennaio di quello stesso anno, il ’94, fummo finalmente scortati al servizio centrale di protezione, a Roma, e poi tenuti per più di quattro mesi in albergo dove pare risiedessero collaboratori “pentiti”: ci vergognammo come ladri…

Ci avevano assicurato che lo Stato avrebbe estinto il mutuo della nostra casa, che avrebbero fornito un altro alloggio e cambiato lavoro – sia io che mia moglie siamo dipendenti pubblici – in poche settimane. Dopo circa cinque mesi ci fu assegnata una casa con contratto stipulato dal Ministero degli Interni…Dopo un anno e mezzo disperavamo ormai di poter costruire un futuro normale per noi e i nostri figli, che oggi hanno otto e sei anni…Mia moglie aveva un brutto esaurimento…Ho avuto e ho enormi difficoltà per l’assistenza sanitaria, dato che non mi sono state fornite le nuove tessere sanitarie…Ho chiesto un aiuto economico per procurarmi un’abitazione vendendo la mia, ma non ho avuto neanche risposta…Nel gennaio del ’99 chiesi il rinnovo del mio porto d’armi: mi fu negato dato che mia moglie era in cura psichiatrica…Ho cercato e poi trovato da solo lavoro e casa. Non possiamo però trasferirci perché non è possibile intestarci le utenze senza rischiare di essere rintracciati. Ogni richiesta di aiuto è rimasta inascoltata o negata e siamo costretti al pendolarismo con disagio nostro e aggravio di spese per noi e per il servizio che ancora ci paga l’alloggio ma comunque non risponde alle nostre sollecitazioni…Il messaggio martellante, purtroppo, è sempre lo stesso: “Chi te l’ha fatto fare?” “. Non chiedetemi più perché termino questi pezzi sul funzionamento del pianeta giustizia scrivendo ad alta voce: Viva l’Italia!

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